L'Opus Dei, sull'orlo di cessare di esistere

L'Opus Dei, sull'orlo di cessare di esistere
Fernando Ocáriz entrega al Papa León XIV la propuesta de nuevos Estatutos del Opus Dei.

A Roma e nella sede centrale dell’Opus Dei nessuno lo nega più: i nuovi statuti, la cui approvazione da parte della Santa Sede è data per imminente, comporteranno la rottura definitiva della struttura originale concepita da san Josemaría. Le fonti consultate all’interno della Curia e della stessa Opera concordano sul fatto che il testo è chiuso e che la sua promulgazione è questione di settimane.

Una divisione in tre parti

I nuovi statuti, elaborati dopo l’entrata in vigore del motu proprio Ad charisma tuendum (2022) e adattati al nuovo testo del Codice di Diritto Canonico, divideranno l’Opus Dei in tre realtà giuridiche distinte:

  • Una prelatura clericale, che raggrupperà unicamente i sacerdoti numerari incardinati in essa, conforme al nuovo quadro canonico.
  • La Società Sacerdotale della Santa Croce, riformulata per integrare i sacerdoti diocesani che desiderino associarsi spiritualmente al carisma fondazionale.
  • Una associazione pubblica di fedeli, che riunirà i laici —numerari, aggregati, supernumerari e cooperatori—, fino ad ora legati alla prelatura.

Nella pratica, ciò implica che l’Opus Dei cesserà di esistere come unità giuridica e spirituale. Il nome potrà continuare a essere usato per convenienza, ma non designerà più un unico corpo organico, bensì tre entità autonome con personalità e governo propri.

Il prelato perde la potestà sui laici

Il punto più sensibile del nuovo testo è quello che ritira al prelato ogni potestà sui laici. La sua giurisdizione rimarrà limitata al clero incardinato nella prelatura, il che esclude la maggior parte dei membri dell’Opera, che passeranno a dipendere da un’associazione distinta. Tale associazione avrà il proprio governo e statuti, senza relazione gerarchica con il prelato.

In questo modo, il sistema di obbedienza e direzione spirituale che ha definito l’Opus per quasi un secolo rimane giuridicamente disattivato. Il prelato non potrà più dare norme né direttive ai laici, né avrà autorità effettiva sulle attività apostoliche che svolgeranno. La famosa espressione di san Josemaría —«un’unità di spirito e di governo»— cesserà di avere contenuto reale.

Ciò che si dice a Roma

In Vaticano la riforma viene presentata come un’adattamento necessario alla dottrina attuale sulle prelaturae personali e un’applicazione coerente del Ad charisma tuendum. Ma tra le righe del testo si percepisce un’altra intenzione: ridurre il potere istituzionale dell’Opus Dei e limitarne l’influenza nella Chiesa universale, una volontà dei gesuiti fin dagli anni ’60.

Un ufficiale della Curia romana, consultato da InfoVaticana, riassume così la visione dominante: “Non si tratta di punire, ma di riportare le cose alla loro proporzione. L’Opus era cresciuto fino a comportarsi come una Chiesa dentro la Chiesa. Era inevitabile che Roma mettesse ordine”.

Un altro osservatore vicino al processo lo esprime in modo ancora più diretto: “Il Papa non vuole abolire l’Opera, ma impedire che torni ad agire come uno Stato parallelo. La soluzione giuridica che si è trovata —dividere, distinguere e decentralizzare— è elegante e definitiva”.

Lo sconcerto interno

All’interno dello stesso Opus Dei regna il silenzio. La consegna ufficiale è non commentare fino alla pubblicazione del decreto, ma nelle case dell’Opus si respira preoccupazione. Numerari veterani -membri consacrati- riconoscono in privato che la riforma “cambia l’essenza stessa dell’istituzione” e che, sebbene il nome subsista, l’Opus Dei come lo abbiamo conosciuto scomparirà.

Alcuni cercano di consolarsi parlando di “opportunità provvidenziale” e “maturità ecclesiale”, ma altri ammettono che si tratta di un colpo strutturale: “Ci hanno tolto la colonna vertebrale e ora dovremo imparare a camminare con stampelle”.

Conseguenze prevedibili

La frammentazione porterà con sé effetti difficili da prevedere:

  • La prelatura, ridotta al clero numerario, avrà scarsa rilevanza pratica e un peso minimo nelle diocesi.
  • La Società Sacerdotale della Santa Croce continuerà a esistere, ma senza la forza simbolica di un tempo.
  • La nuova associazione di fedeli carerà di autorità gerarchica e dipenderà dai vescovi locali, rompendo così l’autonomia storica dell’Opus Dei.

Nel complesso, il movimento che per decenni ha voluto essere l’emblema del laicato organizzato e militante nella Chiesa si convertirà in tre pezzi sconnessi, con il rischio di competere tra loro o di diluirsi progressivamente.

La riforma degli statuti dell’Opus Dei, che si annuncia come imminente, non è un semplice aggiornamento canonico. È un’operazione chirurgica profonda, eseguita dall’interno della Santa Sede, che ridefinisce per sempre il rapporto tra l’Opera e il resto della Chiesa. Il prelato rimarrà ridotto a un ruolo simbolico; i laici, emancipati ma orfani; e Roma, soddisfatta di aver chiuso uno dei capitoli più tesi del pontificato precedente.

L’Opus Dei, come tale, non tornerà più a essere ciò che era.

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