Il caso delle vittime di Chiclayo espone una mancanza di volontà reale di agire
Per anni, le vittime di abusi sessuali nella diocesi di Chiclayo (Perù) hanno ascoltato la stessa risposta: che la Chiesa non ha i mezzi per indagare e che devono aspettare la giustizia civile. Quella spiegazione —trasmessa alle vittime dal vescovo Robert Prevost— contraddice il Diritto Canonico e lascia le vittime senza la riparazione che la Chiesa è obbligata a offrire.
La realtà è che la Chiesa ha mezzi, autorità e procedure per indagare. Negarlo non è una limitazione tecnica, ma una scusa inaccettabile che nasconde mancanza di volontà o paura della verità.
Il processo canonico ha autonomia propria: non dipende dalla lentezza o dall’inazione della giustizia civile. Da Sacramentorum Sanctitatis Tutela (2001) a Vos Estis Lux Mundi (2019), le norme ecclesiastiche ordinano di indagare internamente ogni caso di abuso, senza aspettare lo Stato, pur collaborando con esso quando opportuno.
Subordinare l’indagine ecclesiastica a quella statale è una grave distorsione giuridica e pastorale. Invia alle vittime un messaggio devastante: che la Chiesa non ha interesse a conoscere la verità. Oltre a mancare di fondamento legale, equivale ad abbandonare il suo dovere morale di proteggere i fedeli.
Una giustizia paralizzata non giustifica l’inazione
Nel caso di Chiclayo, la possibile prescrizione civile non esime la Chiesa dall’agire. Di fatto, quando i reati risalgono a anni prima, le strutture ecclesiastiche hanno di solito maggiore capacità della giustizia civile per chiarire i fatti: conservano archivi, registri di attività, testimonianze interne e dispongono di una gerarchia che può ordinare indagini in modo immediato.
Per questo, affermare che “se la procura non trova nulla, nulla può fare la Chiesa” è rinunciare alla verità e al dovere di giustizia. È, in definitiva, dire alle vittime che il loro dolore non importa se lo Stato non lo riconosce.
Cinque ragioni per cui la Chiesa può —e deve— indagare
Un reato di abuso si analizza in cinque piani: autore, luogo, momento, portata e danno morale. In tutti loro, le strutture della Chiesa dispongono di mezzi di indagine superiori o, almeno, più accessibili di quelli dello Stato.
1. Identificare l’autore
La Chiesa dispone di informazioni esclusive: rapporti precedenti al seminario, valutazioni psicologiche, registri disciplinari e note di condotta pastorale. Quella documentazione permette di ricostruire il percorso dell’accusato e di rilevare avvisi ignorati.
Inoltre, il vescovo o l’istruttore del processo possono interrogare il sacerdote, effettuare confronti e ordinare ispezioni interne senza le pastoie processuali della giustizia civile. È un potere di indagine gerarchico che la Chiesa possiede e deve esercitare.
2. Determinare il luogo dei fatti
A Chiclayo, le vittime hanno raccontato abusi commessi all’interno di installazioni sotto il controllo diretto della diocesi. Ciò significa che la Chiesa poteva sapere —e doveva sapere— chi aveva accesso al luogo, chi lo amministrava e quali protocolli regolavano il suo uso.
Archivi interni, chiavi, veicoli, personale di pulizia o registri di attività pastorali sono fonti documentali che potrebbero aver fornito prove solide. Nessuna procura ha quel livello di accesso immediato.
3. Precisare il momento
Gli archivi parrocchiali e le agende pastorali conservano in dettaglio attività, viaggi e convivenze. Con quei registri, la diocesi poteva verificare se gli spostamenti del sacerdote accusato erano autorizzati o se agiva di propria iniziativa.
Quelle prove sono essenziali per collocare i fatti in un tempo concreto, qualcosa che la giustizia civile —dopo decenni— raramente riesce a fare.
4. Stabilire la portata del reato
A Chiclayo, le vittime hanno descritto un pattern di abusi reiterati con lo stesso metodo: isolamento, manipolazione emotiva e abuso di fiducia religiosa. Testimoni del villaggio hanno confermato che il sacerdote si recava frequentemente nella residenza dove sono avvenuti i fatti, accompagnato da minori.
Anche il responsabile di un centro ecclesiale di attenzione alle vittime ha riconosciuto che l’abusatore voleva “sapere chi erano le vittime per chiedere perdono”, il che suggerisce l’esistenza di più casi. Spettava, quindi, aprire un’indagine ampia per determinare la portata reale degli abusi.
5. Valutare il danno morale
Per la sua natura pastorale, la Chiesa ha una posizione unica per valutare l’impatto spirituale e psicologico degli abusi. Molte vittime continuano a partecipare alla vita parrocchiale, il che facilita un accompagnamento ravvicinato e una riparazione morale che la giustizia civile non può offrire.
Riconoscere quel danno e agire di conseguenza non è opzionale: è un dovere pastorale ed evangelico.
Non è mancanza di mezzi, è mancanza di volontà
Il Diritto Canonico non solo permette, ma obbliga la Chiesa a indagare gli abusi in modo indipendente dallo Stato. Dispone di archivi, gerarchie, accesso diretto ai testimoni e conoscenza dei luoghi. Ha, in definitiva, tutti gli strumenti per arrivare alla verità.
Quando quegli strumenti non vengono usati, non è per incapacità, ma per omissione. E ogni omissione aggrava la ferita delle vittime, perpetua l’impunità e danneggia la credibilità morale dell’istituzione.
La Chiesa non può continuare a rifugiarsi nell’inazione della giustizia civile. La vera domanda non è se può indagare, ma perché non vuole farlo.