Hay un elefante nella stanza. Nella ecclesiale, per l’esattezza. È grande, si muove lentamente e occupa quasi tutto, ma nessuno sembra vederlo. Chi comanda guarda il soffitto, chi obbedisce guarda il pavimento, e i fedeli si chiedono perché l’incenso puzzi sempre di più in modo strano.
Alcuni credono che l’elefante occupi il 20 % della stanza. Altri, più pessimisti, parlano del 50 %. Ma quelli che hanno realmente passeggiato per la sagrestia, quelli che hanno visto come si muove, come respira e cosa lascia al suo passaggio, assicurano che ha già raggiunto l’80 %.
E il peggio non è la dimensione. Il peggio è il silenzio.
Tutti lo vedono, ma nessuno dice niente
L’elefante è nei seminari, negli uffici, nelle conferenze episcopali, in Vaticano, nei sinodi e in alcune omelie, anche se in quelle si traveste da “inclusione”, “ascolto” e “diversità”.
Non si può nominare. Non c’è documento, né nota, né conferenza su di lui. Si rende culto senza menzionarlo. Chi lo indica con il dito è quello che finisce fuori, indicato come intollerante, rigido o “mancante di carità”.
Nel frattempo, l’elefante continua a crescere. Mangia silenzio, si nutre di paura e ingrassa con l’incenso. Si aggira tra gli altari con la tranquillità di chi sa che nessuno lo disturberà.
La pastorale del dissimulo
Invece di affrontarlo, la Chiesa ha sviluppato un’intera pastorale del dissimulo.
Non si parla chiaramente perché “potrebbe scandalizzare”. Non si corregge perché “non è il momento”. Non si agisce perché “Dio saprà”.
Così, coloro che dovrebbero pascolare le anime si dedicano a curare le apparenze. E la parola “coraggio” è scomparsa dal vocabolario ecclesiale, sostituita da “prudenza”, che in realtà significa paura con il collarino.
Lo più triste è la normalità con cui si è accettato l’elefante. È lì, lo si vede, lo si odora, lo si sente, ma nessuno reagisce. Alcuni lo difendono persino: “È sempre stato lì”, dicono. Altri preferiscono non sapere.
Ma la realtà è che l’elefante è diventato il vero modello di comportamento, il criterio non scritto di promozione, il filtro invisibile per ascendere.
E certo, quando l’elefante decide chi sale e chi tace, non c’è riforma possibile.
Fino a che qualcuno parli
Un giorno qualcuno lo nominerà. E allora vedremo come molti, che oggi applaudono la sua ombra, diranno che l’hanno sempre visto arrivare.
Ma nel frattempo, l’animale è ancora lì, immenso, solenne e perfettamente integrato nella decorazione liturgica.
Il problema non è l’elefante. Il problema è che non rimane più nessuno con il coraggio di dire che è lì.
