Di: Francisco José Vegara Cerezo
Sacerdote della diocesi di Orihuela-Alicante
Come ogni volta che si sta diffondendo sempre di più l’idea di approfittare della confusione attualmente imperante per attribuire tutti i mali al Concilio Vaticano II —e così, in espressione colloquiale, «di perduti, al fiume»; per poca salute, nessuna, rompiamo tutto il mazzo e andiamo a prendere aria fresca— al fine di collegare, a nostro conto e rischio, con un passato ideale dove ancora si mantenesse una dottrina pura e incontaminata, ritengo un dovere di giustizia verso la verità e un tributo verso la coscienza veramente cattolica affermare l’ortodossia sostanziale di detto Concilio. Precisamente il protestantesimo, in essenza, è quello: giudicare la Chiesa da criteri individuali, erigendo l’individuo a giudice per determinare ciò che va fatto; e ciò suole supporre la rottura, in cui uno stesso supplanta la gerarchia già stabilita per creare una nuova autorità che rompe la continuità organica e, così, l’unità della Chiesa di Cristo.
In concreto, mi atterrò alla critica dell’articolo intitolato Il dilemma del cattolico fedele: accettare ciò che la Chiesa ha sempre insegnato o accettare le novità, pubblicato il 27 settembre del 2025. Procederò portando i testi più destacati —che appariranno in corsivo— ai quali andrò aggiungendo il mio commento.
Una cosa non può essere e non essere allo stesso tempo e nella stessa relazione. In altre parole, se una proposizione è vera, allora la proposizione contraddittoria è necessariamente falsa, e viceversa. Questo è evidente.
In virtù di questo principio, ogni cattolico sarebbe capace di rifiutare certe proposizioni che contraddicono ciò che insegna il Magistero della Chiesa.
Volendo essere «tradizionalista al massimo», l’autore passa —come ho anticipato— al protestantesimo più sfrenato; poiché, se ogni cattolico può erigersi in istanza giudicatrice delle proposizioni del Magistero che devono essere accettate o rifiutate, a che diavolo serve il Vaticano I? In effetti, se si tratta di giudicare gli insegnamenti del Papa, non farebbe falta nessun papato infallibile.
Evidentemente, il principio di non contraddizione —fondamento ultimo e radicale di tutta la logica e, per il suo ambito trascendentale, applicabile a tutto— è non meno infallibile del Papa che parla ex cathedra. Ma, tenendo conto, da un lato, che nella definizione del principio è mancato aggiungere «nello stesso senso», e, dall’altro, che il discorso teologico, data la sua sottigliezza, suole albergare molteplici sensi e anfratti nel trattare di esprimere misteri molto profondi, l’applicazione di detto principio deve realizzarsi con somma cautela. Solo si potrà considerare compiuta quando le affermazioni opposte siano diafane, concrete ed esplicite, fino al punto che non si possa considerare nessun altro senso che sfugga alla contraddizione. Secondo questo, analizzerò le presunte contraddizioni dottrinali che lì si indicano.
Prima contraddizione
Proposizione A: I cattolici sono gli unici che hanno diritto a non essere impediti, da nessun potere umano, di esprimersi pubblicamente.
Proposizione B: I cattolici non sono gli unici che hanno diritto a non essere impediti, da nessun potere umano, di esprimersi pubblicamente.
Quella contraddizione è irrilevante al caso, poiché il Magistero della Chiesa non ha autorità politica ma solo teologica —su fede e morale—. Inoltre, se applichiamo alla politica il principio elementare di reciprocità, come possiamo esigere per noi lo stesso che neghiamo agli altri? Non disse Gesù: «Fate agli altri ciò che volete che essi facciano a voi» (Mt 7, 12)? Non sembra, allora, molto coerente proibire agli altri ciò che imponiamo per noi.
Seconda contraddizione
Proposizione A: La Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica sono assolutamente identiche.
Proposizione B: La Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica non sono assolutamente identiche.
Come «Chiesa cattolica» può intendersi in un doppio senso —teologico, dove appare come mistero intangibile; e giuridico, dove, al contrario, deve apparire come qualcosa di visibile e tangibile in quanto società perfettamente delimitata—, si dissolve tutta contraddizione. La Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo in senso teologico, ma non strettamente in quello giuridico, in quanto il senso anteriore è più ampio, abbracciando anche quelli che inculpabilmente non si trovano nella visibilità giuridica, e integrando le Chiese trionfante e purgante, che ovviamente non sono più visibili qui. Da lì che la Chiesa cattolica appaia anche definita come Corpo Mistico di Cristo; ciò che, come l’appellativo denota, è irriducibile a ciò che è meramente giuridico, poiché la Chiesa non è una società naturale, e il suo senso non si esaurisce nella visibilità canonica.
Nella costituzione Lumen gentium del Concilio Vaticano II, al n. 8, si dice che la Chiesa di Cristo «subsiste nella Chiesa cattolica». Questa espressione, secondo la Congregazione per la Dottrina della Fede, significa che, quanto a durata e unicità, la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica sono identiche. Ma, quanto alla presenza operante, la Chiesa di Cristo è distinta dalla Chiesa cattolica perché è più ampia di quest’ultima.
La distinzione non è felice, poiché l’unico canale della grazia è la Chiesa visibile, alla quale appartengono come propri tutti i mezzi salvifici, come si vede nel requisito —indispensabile per la validità dei sacramenti— di mantenere l’intenzione della Chiesa. Per questo, la Chiesa cattolica visibile è l’unico ed esclusivo mezzo salvifico, come lo è anche la natura umana di Cristo, alla quale, per salvare l’unicità ultima salvifica, quella Chiesa è intimamente unita come il corpo con la testa.
La maggiore ampiezza della Chiesa di Cristo risiede, allora, solo nei membri, poiché quell’unico canale della grazia è capace di arrivare oltre lo strettamente visibile, per raggiungere anche quelli che inculpabilmente sono fuori dalla visibilità giuridica. Si potrebbe dire che, nella Chiesa visibile, non stanno tutti quelli che sono, né sono tutti quelli che stanno; poiché né stare nella stessa è garanzia di salvezza, né non starci lo è di condanna.
Terza contraddizione
Proposizione A: C’è un solo soggetto del potere supremo della Chiesa.
Proposizione B: Non c’è un solo soggetto del potere supremo della Chiesa.
La proposizione B si trova nel Concilio Vaticano II, al n. 22 di Lumen gentium, secondo il quale esistono due soggetti del potere supremo nella Chiesa: da una parte, il Papa solo; dall’altra, i vescovi uniti al Papa. Questa tesi si insegna anche esplicitamente nel Codice di Diritto Canonico del 1983, al c. 336.
Come esempio, nella Bibbia si dice, da un lato, che Cristo è l’unica pietra e, dall’altro, che san Pietro è egualmente pietra. La soluzione consiste nel considerare che san Pietro solo è pietra in quanto unito a Cristo, l’unico che è pietra per sé stesso. Per questo Cristo, prima di affidare a san Pietro le pecore che aveva redento, gli chiese se lo amava (Gv 21, 15), per sottolineare l’unità necessaria che stabilisce l’amore.
Dalla stessa analogia del corpo e della testa, il Papa è l’unico che, per sé stesso, possiede l’autorità suprema, mentre i vescovi solo vi partecipano uniti alla testa. Ciò che, in fondo, si vuole dire è che tutto l’ordine episcopale forma un’unità —il collegio episcopale— la cui testa imprescindibile è il Papa, che, dalla stessa capitalità, fa da principio di unità.
Quarta contraddizione
Proposizione A: Lo Spirito di Cristo si rifiuta di servirsi delle comunità separate dalla Chiesa cattolica come mezzi di salvezza.
Proposizione B: Lo Spirito di Cristo non si rifiuta di servirsi delle comunità separate dalla Chiesa cattolica come mezzi di salvezza.
Poiché i sacramenti agiscono ex opere operato, è evidente che le comunità separate che possiedono sacramenti validi sono anche mezzi di salvezza, sebbene non per sé stesse, ma per ciò che hanno conservato dalla Chiesa cattolica. A questa appartengono propriamente i sacramenti, i quali, da parte loro, solo agiscono in quelli che non oppongono ostacoli alla grazia, cioè in quelli che inculpabilmente sono fuori dalla visibilità cattolica.
Quinta contraddizione
Proposizione A: L’Antica Alleanza è stata abrogata.
Proposizione B: L’Antica Alleanza non è stata abrogata.
La certa è la prima proposizione, e la confusione nel caso della seconda si dovrebbe a una cattiva traduzione, poiché nella versione spagnola del punto 121 del Catechismo ufficiale si dice che l’Antica Alleanza non è stata “revocata”, quando nell’originale non dice revocatum, ma retractatum. È molto diverso, in quanto Dio revoca le successive alleanze, ma non si ritratta di nessuna.
Sesta contraddizione
Proposizione A: La pena di morte può essere moralmente permessa.
Proposizione B: La pena di morte non può essere moralmente permessa.
Più che una contraddizione formale, il Magistero recente presenta uno sviluppo dottrinale che, attendendo alle condizioni attuali e alla dignità della persona, porta a considerare la pena di morte inammissibile nel nostro tempo. Il caso merita un trattamento a parte, ma non è necessario porlo come negazione della fede.
Conclusione
Un cattolico la cui intelligenza funziona normalmente non ha, quindi, scelta: o accetta ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e allora rifiuta le novità contraddittorie; o accetta le novità, ma allora deve rifiutare il Magistero della Chiesa.
Da quando spetta all’intelligenza di un cattolico —per quanto normale o eccellente sia— il giudizio di fede di decidere cosa è magistero perenne della Chiesa e cosa sono novità prescindibili? Come già si è detto all’inizio, questo abbassa la pretesa oggettività della dottrina cattolica al livello del più puro soggettivismo protestante.
Inoltre, l’opposizione tra la dottrina irrevocabile e il magistero attuale è errata, poiché la dottrina basa precisamente la sua irrevocabilità nel brotare dal Magistero, il quale, purché sia valido quanto alla sua fonte, ha la stessa autorità in qualsiasi tempo.
L’intelligenza che, in definitiva, non sembra funzionare bene —perché incorre in gravi difetti formali e di contenuto— è quella dell’autore dell’articolo. A lui, con il massimo rispetto —poiché chi ha bocca sbaglia, e davanti a Dio ha più merito l’umiltà che rettifica che la sagacia che azzecca—, lo prego di riconsiderare la sua posizione per non aumentare la confusione già esistente, retrotrayendo le tenebre a un periodo in cui ancora rimaneva qualcosa di luce. Non può essere che la Chiesa porti più di sessant’anni nettamente equivocata e sviata; ciò romperebbe tutta continuità organica e darebbe, in ultima istanza, ragione a tutte le segregazioni avute lungo la storia, il cui argomento ricorrente è sempre stata la corruzione totale della Chiesa, senza che, alla fine, sia rilevante il momento in cui si produsse; ciò che sarebbe determinante sarebbe il fallimento della promessa di Cristo: «le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa» (cf. Mt 16, 18).
