Le vittime del caso Lute chiedono di vedere i documenti che la Chiesa continua a nascondere loro dal 2022

Le vittime del caso Lute chiedono di vedere i documenti che la Chiesa continua a nascondere loro dal 2022
Ana María Quispe e le altre due denuncianti reclamano al Dicasterio per la Dottrina della Fede l’accesso all’incartamento canonico del caso “Lute”, di cui fanno parte come vittime.

Il lungo processo ecclesiastico per gli abusi sessuali commessi dal sacerdote Eleuterio Vásquez González, noto come padre Lute, nella diocesi peruviana di Chiclayo, è entrato in una nuova fase. Dopo più di tre anni senza ricevere informazioni ufficiali, le vittime hanno presentato una richiesta formale per accedere all’incartamento canonico completo del caso.

La lettera, datata 3 ottobre 2025 e firmata anche dall’avvocato delle denuncianti, è stata indirizzata a mons. Charles Jude Scicluna, segretario aggiunto del Dicasterio per la Dottrina della Fede. È stata inoltre inviata in copia al vescovo di Chiclayo, mons. Edinson Edgardo Farfán Córdova, e all’ultimo istruttore, Giampiero Gambaro. In essa si invoca espressamente il diritto delle vittime a “conoscere lo stato reale del processo e esercitare i loro diritti con le informazioni dovute”.

Tre anni senza accesso a documenti essenziali

Nel documento, Ana María Quispe e le altre due denuncianti sostengono di non aver ricevuto alcuna copia dei documenti fondamentali del processo canonico, nemmeno delle loro stesse dichiarazioni, che sono state prese dal delegato diocesano Oswaldo Clavo nel dicembre 2023.

Va ricordato che nella fase iniziale, nel 2022, l’allora vescovo di Chiclayo, mons. Robert Prevost, non ha preso dichiarazioni formali dalle vittime. Per questo, ritengono imprescindibile conoscere come sono state registrate e gestite le loro testimonianze presso la Chiesa, al di là della denuncia penale che ha dato origine al caso. Come spiegano, solo esaminando la documentazione interna sarà possibile verificare se le informazioni sono state presentate in modo completo e coerente. Risulta particolarmente difficile —affermano— comprendere come fatti come il trasferimento di minori in un’installazione parrocchiale isolata per pernottare soli con il sacerdote non abbiano motivato una sospensione immediata.

Documentazione di base per garantire la trasparenza

La richiesta elenca in modo preciso i documenti che reclamano:

  • Il decreto di misure cautelari firmato da mons. Prevost nel maggio 2022.
  • L’atto di elevazione dell’incartamento al Vaticano dello stesso anno.
  • Il documento che ha accompagnato la remissione dell’archivio civile per prescrizione (febbraio 2023).
  • Il decreto di archiviazione pro nunc emesso dalla Dottrina della Fede il 10 agosto 2023.
  • Le dichiarazioni prese da Oswaldo Clavo nel dicembre 2023 dopo la riapertura del caso.
  • L’atto di seconda elevazione dell’incartamento a Roma, datato 26 gennaio 2024.

Accedere a questi testi —sostengono— è imprescindibile per “conoscere con precisione lo stato processuale della causa, garantire la trasparenza e esercitare i loro diritti con le informazioni dovute”. La loro consegna permetterebbe per la prima volta al team giuridico dell’associazione Ius Canon, che rappresenta le denuncianti, di ricostruire in modo verificabile tutto ciò che è accaduto durante questi tre anni di tramitazione ecclesiastica. Le vittime sottolineano il loro diritto di verificare se, come hanno affermato alcuni media e la biografia-intervista del Papa pubblicata da Elise Allen, la gestione del caso sia stata davvero “impeccabile”.

Secondo tentativo presso il Vaticano

Non è la prima volta che le vittime tentano di accedere a questi documenti. A giugno e luglio 2024 hanno già presentato richieste simili sia alla diocesi di Chiclayo che direttamente al Dicasterio per la Dottrina della Fede. Per qualche motivo, Charles J. Scicluna ha messo le richieste delle vittime (formalmente presentate con timbro di ingresso) nel cassetto dell’oblio, da cui non sono uscite in più di un anno. Per una questione di trasparenza, bisognerebbe spiegare il motivo.

Con questo nuovo documento, le denuncianti cercano di far sì che l’autorità vaticana supervisi la gestione dell’incartamento iniziato nel 2022 e assicuri che possano conoscere come è stata tramitata la loro causa. A loro giudizio, l’intero procedimento è stato segnato da opacità e assenza di informazioni di base, una situazione che sperano di invertire con l’intervento diretto di Roma.

Una manovra controversa per chiudere il caso

Il dibattito si è intensificato negli ultimi giorni per ciò che le denuncianti qualificano come un tentativo di “chiudere in falso” l’incartamento: la concessione “trappola” della grazia della dispensa dallo stato clericale all’accusato. Secondo quanto denunciano, questa uscita —promossa con il supporto di alcuni incarichi ecclesiali di rilievo— permetterebbe di chiudere la causa senza chiarire pienamente le responsabilità né garantire il diritto delle vittime alla verità e alla documentazione integrale del processo. Per loro, una misura di questo tipo non può sostituire un esame trasparente dell’incartamento né le sanzioni che, nel loro caso, corrispondano.

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