Meloni onora San Francesco ad Assisi nel giorno della sua festa: Discorso integrale in spagnolo

Meloni onora San Francesco ad Assisi nel giorno della sua festa: Discorso integrale in spagnolo

La Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia, Giorgia Meloni, ha partecipato alla cerimonia della festività di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, dove ha pronunciato un discorso dal tono spirituale e patriottico in cui ha rivendicato la figura del santo come simbolo di identità nazionale, dialogo e pace. Di seguito, si riproduce il testo completo tradotto in italiano.

Discorso di Giorgia Meloni nella festività di San Francesco

Dunque, buongiorno a tutti.

Saluto, saluto le vostre eminenza, il cardinale Artime, il cardinale Simoni. Ricordo che san Francesco insegnava anche il rispetto: rispetto nell’ascoltare, rispetto nel comprendersi, rispetto nel comprendere le ragioni degli altri.

Saluto monsignor Sorrentino, saluto monsignor Cibotti, fra Trovarelli, ministri generali e provinciali delle famiglie francescane, al custode del Sacro Convento di Assisi, fra Marco Moroni, alla presidente Proietti, al presidente Marsilio, al sindaco Stoppini, al sindaco Biondi, a tutti i sindaci, alle autorità presenti, a tutte le tante persone che vedo in questa piazza. Nella mia vita sono stata ad Assisi in diverse occasioni, ma è la prima volta che partecipo alle celebrazioni di san Francesco come patrono d’Italia, ed è senza dubbio un onore per me; ma, soprattutto, è una grandissima emozione, perché so quanto sia radicata questa commemorazione nel cuore del popolo italiano.

Una devozione forte, autentica, viscerale, che si legge chiaramente nei volti di tantissime persone, dei fedeli che sono qui oggi; che si fa solenne negli stendardi alzati in questa piazza; che risplende nella luce della lampada votiva che è stata accesa poco fa nella basilica; che arde grazie all’olio donato dagli Abruzzi a nome di tutti i comuni d’Italia.

Oggi il popolo italiano volge lo sguardo qui, al Poverello di Assisi, il più amabile, il più poetico, il più italiano dei nostri santi, come lo definì un filosofo e patriota come Vincenzo Gioberti. Perché san Francesco è una delle figure fondazionali dell’identità italiana —forse la principale—: scrisse il testo poetico più antico della nostra letteratura, il Cantico delle creature, e quei versi aprirono la strada che guidò Dante, Petrarca, Boccaccio; una strada che rese grande e conosciuta in tutto il mondo la nostra lingua. Una missione culturale che ancora oggi rivela la sua forza, la sua unicità.

San Francesco lasciò la sua impronta indelebile nell’arte, nella poesia, nel teatro, nella cultura, nella scienza, e la sua spiritualità ha attratto e affascinato generazioni di italiani, ispirando alcuni degli uomini più grandi di cui la nostra nazione può andare fiera.

Sono stati terziari francescani Giotto, Alessandro Manzoni, Cristoforo Colombo, Alessandro Volta, e tanti altri insieme a loro. San Francesco incarnò la somma di quel genio che rende il nostro popolo un unicum ammirato e apprezzato nel mondo. Nel cuore della roccia diede origine al presepe: la rappresentazione universale più dolce e profonda di un Dio che si fece Bambino e venne al mondo, al mondo, per insegnare agli uomini ciò che gli uomini non avevano conosciuto prima di Lui: il perdono, e persino l’amore per il nemico.

Tuttavia, san Francesco non fu un trovatore sognatore, ma un uomo d’azione, rapido fino a essere quasi precipitoso nelle imprese che assumeva o negli impegni che contraeva. Non amava i compromessi a metà, le verità a metà, gli sotterfugi. Era esigente, come lo sono i santi: uomini e donne così normali come radicali nel valore delle loro scelte. San Francesco fu un uomo estremo, ma non un estremista. Diede l’esempio della povertà, ma non della miseria, che lui e i suoi fratelli combatterono sempre.

E in nome di quella povertà ci ricordò a tutti che, in fondo, nulla è veramente nostro: né i figli, né le persone che amiamo, né i nostri beni, né il nostro corpo; tutto è un dono. L’eredità preziosa di un Dio che ci ama nella nostra imperfezione.

Ricordò all’uomo che è custode della creazione e che la vita, in tutte le sue forme, è affidata in modo speciale alla responsabilità e alla cura degli uomini. Perché, come ci ha ricordato di recente il Papa Leone, non siamo altro che amministratori solleciti di quella casa, affinché nessuno distrugga irresponsabilmente i beni naturali che parlano della bontà e della bellezza del Creatore, né tanto meno si sottometta ad essi come schiavo o adoratore della natura.

Nella lettera ai governanti dei popoli, san Francesco esorta coloro che hanno responsabilità di governo a non misurarsi solo con il consenso, ma a tenere conto, nella loro azione, dell’orizzonte più grande di senso. È un invito che scuote e inquieta; che non dà indicazioni politiche, ma agita i cuori e non lascia indifferente nessuno.

San Francesco fu un uomo di pace, di dialogo, di incontro. suscitò pace dentro e fuori i confini di Assisi, portando il suo messaggio dove nessuno aveva osato prima. Disarmato di tutto, salvo della sua fede e della sua mansuetudine, non esitò a mettere in gioco la propria vita pur di incontrare il sultano e promuovere con lui quel dialogo nella verità e nel rispetto reciproco che ancora oggi rappresenta un modello. Perché san Francesco ci insegna che si deve tentare di parlare con tutti, anche con chi può sembrare un avversario o persino un nemico. Dove finisce il dialogo e si esaurisce la pazienza della relazione con chi è diverso, non ti piace o non pensa come te, lì germina il seme della violenza e il virus della guerra. Un messaggio oggi di piena attualità.

San Francesco visse tempi tormentati, come tormentati sono i nostri. La terza guerra mondiale combattuta «a pezzi», evocata dal papa Francesco, si sta consumando in modo spaventoso. Sono 56 i conflitti in corso nel mondo, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La pace, il dialogo, la diplomazia sembrano non riuscire più a convincere e a vincere, e l’uso della forza prevale in troppe occasioni, sostituendo la forza del diritto.

E tuttavia, questo scenario, apparentemente oscuro e irreversibile, non può né deve spingerci alla resa, a arrenderci, cioè all’idea che non ci sia altra opzione che la guerra. Solo che la pace —ci ricorda sempre san Francesco— non si materializza quando la si invoca, ma quando la si costruisce con impegno, pazienza, coraggio: vi si arriva posando un mattone dopo l’altro, con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza.

È ciò che desideriamo che stia accadendo in queste ore in Palestina, in quella terra che san Francesco volle conoscere e che lo segnò profondamente. Il piano di pace statunitense, già approvato da Israele, condiviso dagli Stati europei, da molti Stati islamici, dall’Autorità Nazionale Palestinese, grazie alla mediazione di alcuni paesi arabi —in particolare del Qatar, a cui credo che tutti dobbiamo essere grati—, potrebbe essere accettato anche da Hamas. Questo significherebbe tornare finalmente alla pace in Medio Oriente, vedere cessare le sofferenze della popolazione civile palestinese, vedere la liberazione degli ostaggi israeliani trattenuti da ormai due lunghissimi anni. Una luce di pace squarcia le tenebre della guerra, e tutti abbiamo il dovere di fare quanto è in nostre possibilità affinché questa opportunità preziosa e fragile abbia successo.

E sono orgogliosa del contributo al dialogo che l’Italia ha saputo dare: in prima linea nel sostegno umanitario alla popolazione palestinese e, al tempo stesso, interlocutore credibile per tutti gli attori coinvolti, senza cadere nella trappola della confrontazione frontale che molti invocavano —spesso più per interesse che per convinzione—. Questa è la visione che caratterizza da sempre l’identità dell’Italia, la sua azione sulla scena globale e che ci permette di essere riconosciuti come interlocutori privilegiati e costruttori di pace, umanità, solidarietà. È la nostra tradizione e il solco in cui opera anche questo Governo.

San Francesco fu un ponte tra Occidente e Oriente, un uomo che, facendosi piccolo, chiamò tutti alla vera grandezza. Assisi, l’Umbria e l’Italia che oggi si riuniscono nel suo nome offrono l’immagine più vera di ciò che siamo: uomini e donne dotati di due fonti di sapere e di amore, la ragione e la fede. Perché, se non sai chi sei, non puoi apportare alcun contributo al dialogo tra culture. Se non ti conosci né ti riconosci, non puoi amare l’altro né puoi farti amare. Questa è la cultura del rispetto in cui crediamo e che continuiamo a promuovere.

Sono tutte queste insegnamenti —e molti altri che potrebbero essere citati— quelli che hanno fatto di san Francesco quell’esplosione di vita che portò gli italiani a sceglierlo come loro patrono.

Un anno fa, da questa loggia, un poeta libero e senza potere —come lui stesso si definì— fece un appello lirico e potente, come è nel suo meraviglioso stile. Davide Rondoni chiese alla politica di riflettere sulla figura di san Francesco, di recuperare il suo senso più profondo, di reintrodurre il 4 ottobre nell’elenco delle feste nazionali; e, come sapete, quell’appello non cadde nel vuoto. Come non accadeva da molto tempo, le parole di un poeta risuonarono in Parlamento, e il Parlamento trasformò quelle parole in una legge dello Stato. Il legislatore scelse di restituire a san Francesco la sua eredità, il suo messaggio, il suo carisma nella dimensione pubblica e civile di questa nazione. Non un capriccio o persino uno spreco di denaro —come alcuni sostenevano—, ma una scelta di identità, un atto d’amore per l’Italia e per il suo popolo.

E a me, personalmente… a me, personalmente, piace vedere quel voto del Parlamento come un omaggio anche al primo pontefice che scelse il nome di Francesco nell’anno in cui è tornato alla casa del Padre.

L’anno prossimo non torneremo solo a celebrare il 4 ottobre come festa nazionale, ma celebreremo anche l’ottavo centenario della nascita al cielo, della nascita al cielo del Poverello di Assisi. Lo faremo potendo contare sul prezioso lavoro elaborato dal Comitato Nazionale per le celebrazioni, anche con il sostegno del Governo, e abbiamo lavorato per costruire iniziative innovative capaci di lasciare tracce durature nel tempo.

Tra tutte, il progetto di digitalizzazione della biblioteca del Sacro Convento; la dedica a san Francesco del nuovo Ponte dell’Industria a Roma; le attività dirette ai più giovani che si realizzeranno in Egitto e in altre nazioni africane nell’ambito del Piano Mattei; fino al coinvolgimento della rete degli istituti di cultura all’estero, per far conoscere ancora di più il nostro santo nel mondo.

Cari amici, oggi celebriamo un uomo che lasciò tutto per trovare tutto. Un santo che insegnò al mondo la gioiosa semplicità dell’amore. Un italiano che forgiò l’identità di un intero popolo. Ma non lo facciamo perché lui ne ha bisogno; lo facciamo perché siamo noi ad aver bisogno di lui. Che san Francesco aiuti la nostra Italia.

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