Nella conferenza stampa successiva alla Commissione Permanente della Conferenza Episcopale Spagnola, tenutasi il 30 settembre e il 1° ottobre a Madrid, il segretario generale, Mons. Francisco César García Magán, è stato interrogato sul processo contro il sacerdote Custodio Ballester, accusato di reato d’odio e per il quale la Procura chiede tre anni di carcere più multa.
“La Conferenza Episcopale non è una superstruttura sulle diocesi. Il superiore di un vescovo è solo la Santa Sede. La responsabilità diretta sul padre Custodio spetta all’arcivescovo di Barcellona. Noi non siamo capi dei vescovi.”
García Magán ha aggiunto che la libertà di espressione è un diritto fondamentale anche per sacerdoti e vescovi, sempre “nell’ambito della legge”, e che spetta ai giudici decidere se il padre Custodio ha superato quei limiti. In sintesi, la CEE ha evitato di pronunciarsi a sostegno esplicito del sacerdote, lasciando la questione nelle mani della giustizia e dell’arcidiocesi.
Contrasto con la difesa dell’islam in Spagna
Questo silenzio contrasta con la rapida e vigorosa reazione di un mese fa, quando a Jumilla (Murcia) si discuteva una mozione che riguardava la Festa dell’Agnello. Allora, García Magán è uscito pubblicamente a difendere la celebrazione islamica come un esercizio di libertà religiosa protetto dalla Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, arrivando a paragonarla alla Messa come “atto religioso altrettanto degno” che merita piena protezione pubblica.
La domanda inevitabile è: perché la Conferenza Episcopale corre a sostenere un rito islamico davanti a un Ayuntamiento, ma opta per il silenzio istituzionale quando un sacerdote cattolico è portato in giudizio per predicare contro il jihadismo?
Due pesi e due misure: libertà per l’islam, silenzio davanti a un sacerdote cattolico
L’atteggiamento del portavoce riflette un doppio standard difficile da giustificare. Ad agosto, la CEE ha alzato la voce a nome dell’islam per garantire il suo diritto di esprimersi nello spazio pubblico. Ora, a ottobre, evita di impegnarsi con un sacerdote perseguitato judicialmente, limitandosi a ricordare che “saranno i giudici” a decidere.
Questo contrasto genera perplessità tra i fedeli: la difesa dell’islam in Spagna ha più peso politico della difesa della libertà di espressione di un sacerdote cattolico? Perché l’istituzione ecclesiale si mostra più sollecita con comunità esterne che con i propri pastori?
Un logoramento dell’autorità morale
La prudenza istituzionale può presentarsi come neutralità, ma finisce per trasmettere un messaggio di abbandono: mentre associazioni cattoliche e giuristi si mobilitano in difesa del padre Custodio, la Conferenza Episcopale preferisce guardare dall’altra parte.
Il rischio è evidente: agendo con rapidità per difendere l’islam e mostrandosi tiepida di fronte alla persecuzione di un sacerdote, la CEE erode la sua credibilità davanti ai fedeli, che reclamano pastori coraggiosi e non portavoce di formule diplomatiche.
