In Stati Uniti, durante il 2024, sono state eseguite appena 25 esecuzioni di criminali condannati, mentre nello stesso periodo sono stati praticati più di 1.140.000 aborti grazie al quadro giuridico promosso dal senatore Dick Durbin. La sproporzione numerica è schiacciante: per ogni criminale giustiziato sotto il peso della legge, 45.600 bambini non nati sono stati privati della vita nel grembo delle loro madri. Questo confronto permette di comprendere la diversa magnitudine di entrambi i fenomeni e pone un dilemma morale ineludibile per coloro che sostengono la difesa della vita.
I crimini commessi dagli giustiziati nel 2024 riflettono atti di brutalità estrema. Tra loro vi sono assassini seriali, stupratori e sequestratori di minori. Il caso di Christopher Collings, eseguito in Missouri, è illustrativo: rapì, abusò e strangolò una bambina di nove anni, sua propria nipote acquisita. Un altro condannato in Texas fu eseguito per aver torturato e ucciso la figlia di 13 mesi della sua compagna. Questi reati, commessi con crudeltà e totale disprezzo per la vita umana, sono quelli che, in ultima analisi, hanno portato quei 25 uomini ad affrontare la pena capitale.
In contrasto, l’aborto priva della vita esseri umani innocenti e indifesi. Studi negli Stati Uniti indicano che circa il 90 % dei bambini diagnosticati con sindrome di Down vengono abortiti dopo la diagnosi prenatale. Sebbene le cifre esatte degli USA sugli aborti tardivi non siano sempre pubbliche, si sa che ogni anno vengono praticati migliaia di aborti dopo la 21ª settimana di gestazione, persino di bambini già vitali.
Davanti a una domanda sul controverso premio ecclesiale al senatore abortista Durbin, il Papa Leone XIV ha equiparato a Castel Gandolfo la pena di morte con l’aborto, ponendoli sullo stesso piano di valutazione etica. Tuttavia, la realtà mostra che la sproporzione è così schiacciante che risulta inaccettabile confondere le due situazioni. In un caso parliamo di criminali responsabili di omicidi atroci e giudicati da tribunali, nell’altro di vite umane innocenti eliminate in massa e, molte volte, solo per la presenza di una disabilità. Pretendere di metterle sullo stesso livello significa offuscare l’urgenza morale che rappresenta la cultura della morte.
Per questo, affermare che non si può essere “pro-vita” e accettare la pena di morte è una semplificazione pericolosa che ignora la realtà. La difesa della vita esige riconoscere la magnitudine concreta di ciascun male. La pena capitale, sebbene discutibile e sempre meno applicata, colpisce un numero infinitesimale di criminali colpevoli di reati abominevoli; l’aborto, al contrario, pone fine ogni anno alla vita di più di un milione di innocenti solo negli Stati Uniti. Una Chiesa impegnata nella dignità umana deve porre la sua attenzione sulla tragedia più grande e silenziata del nostro tempo: il massacro legalizzato dei più deboli e indifesi.