La Pastorale Penitenziaria supera la linea tra il pastorale e il politico

La Pastorale Penitenziaria supera la linea tra il pastorale e il politico

La Conferenza Episcopale Spagnola ha presentato la Memoria di Pastorale Penitenziaria 2024, documento che raccoglie oltre 1.200 programmi nelle prigioni, quasi 3.000 collaboratori e un investimento di 2,9 milioni di euro. Nelle sue pagine, la Chiesa mostra l’impegno dei cappellani e dei volontari con i prigionieri, con programmi di assistenza religiosa, sociale e giuridica che raggiungono migliaia di detenuti.

Tuttavia, il rapporto non si limita a esporre il lavoro pastorale. Entra anche in valutazioni politiche:

Notiamo anche una mancanza di risposta istituzionale di fronte alla crescente popolazione proveniente da altri paesi che si vede spinta a delinquere e sconta la pena nei recinti penitenziari. La mancanza di sostegno familiare, radicamento, legami sociali e molti di loro/loro in età molto precoci ci offre un panorama oscuro su quale risposta dare dalle istituzioni sociali e comunitarie. Inoltre, vediamo che questo si aggrava con la crescente polarizzazione politica e l’utilizzo senza scrupoli per fini elettorali del problema migratorio, specialmente maghrebino.

P. José Antonio García Quintana, sj
Direttore del Dipartimento di Pastorale Penitenziaria della CEE

Attenzione al prigioniero, sì; posizione politica, no

È evidente che la Pastorale Penitenziaria deve prestare attenzione alla realtà concreta di ciascun detenuto: la solitudine, il disradicamento, la mancanza di famiglia o di legami sociali. In questo senso, segnalare la situazione dei reclusi stranieri —che rappresentano circa un terzo della popolazione penitenziaria— è legittimo e necessario.

Ma è un’altra cosa molto diversa affermare, come fa la Memoria, che il problema migratorio in Spagna sta essendo “utilizzato senza scrupoli per fini elettorali” e attribuire la difficoltà di reinserimento di certi collettivi unicamente alla polarizzazione politica. Quella interpretazione va oltre ciò che compete a un rapporto pastorale.

La realtà strutturale dell’immigrazione

In Spagna, secondo i dati del Ministero dell’Interno, ci sono oltre 45.000 reclusi, di cui un terzo sono stranieri. Tra loro, spicca un peso considerevole di detenuti maghrebini, molti giovani e con scarso radicamento. È una realtà oggettiva che pone problemi strutturali e che non si risolve con dichiarazioni ideologiche.

Se esiste un tipo di immigrazione che mostra una maggiore propensione alla delinquenza, l’analisi politica e sociale è imprescindibile, perché il bene comune esige rigore. Disprezzare quella dimensione, come fa la Memoria, significa cadere in un discorso parziale che non aporta soluzioni e corre il rischio di allontanare la Pastorale dalla gente.

Una missione che deve concentrarsi sull’essenziale

La Chiesa ha un compito irrinunciabile nelle carceri: accompagnare spiritualmente i prigionieri, annunciare il Vangelo e offrire supporto umano e sacramentale. Quella missione è ciò che giustifica la presenza di cappellani, volontari e case di accoglienza.

Quando il rapporto mescola piani —passando dalla pastorale al discorso politico—, corre il pericolo di sfocare la sua missione specifica. La denuncia di carenze mediche, l’accompagnamento ai prigionieri con malattie mentali o l’aiuto alle donne recluse con carichi familiari fanno parte della visione pastorale. Ma l’analisi politica carica di ideologia non aiuta: oscura la verità, toglie credibilità e diluisce la testimonianza evangelica.

Tra il Vangelo e la politica

La Pastorale Penitenziaria compie un enorme lavoro in condizioni difficili, ma la sua forza sta nel mostrare Cristo in mezzo alla prigione, non nel ripetere diagnosi che suonano come titoli partigiani. Segnalare il disradicamento degli immigrati prigionieri è necessario; convertirlo in un racconto politico sulla polarizzazione elettorale è confondere piani e togliere efficacia alla missione.

In un contesto in cui la fede scarseggia nella vita dei detenuti e i cappellani sono sempre meno, la priorità dovrebbe essere rafforzare la presenza sacramentale e pastorale. Il resto, per quanto sembri impegnato, finisce per allontanare la Chiesa dalla sua missione essenziale e dalla gente che vuole servire.

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