Il sacerdote della Diocesi di Barcellona, Custodio Ballester, siede oggi sul banco degli imputati accusato di un reato d’odio per un articolo pubblicato nel 2016 sul blog Germinans Germinabit intitolato “Il dialogo impossibile con l’Islam”. La Procura chiede per lui due anni e mezzo di prigione, a seguito di una denuncia presentata dall’associazione Musulmanes contra la Islamofobia, ente barcellonese presieduto da Ibrahim Miguel Ángel Pérez, un convertito all’islam con legami noti con piattaforme politiche locali come Barcelona en Comú e che ha ricevuto sovvenzioni pubbliche da Ayuntamiento e Generalitat.
L’articolo di Ballester è duro, persino provocatorio nelle sue espressioni, ma in nessun momento incita alla violenza né alla persecuzione dei musulmani. Si tratta di una riflessione teologica e culturale radicata nella tradizione di confrontare dottrine contrarie alla fede. Trasformare quelle parole in reato penale e chiedere la prigione significa aprire una porta drammatica: quella di criminalizzare la coscienza, la parola e il giudizio religioso.
Non condivido, come ha espresso Custodio, che il dialogo con l’islam sia “impossibile”. Esistono differenze dottrinali insormontabili, eresie evidenti dalla prospettiva cattolica e abissi culturali difficili da superare. Ma ci sono anche coincidenze che non devono essere ignorate: i musulmani venerano l’arcangelo Gabriele, riconoscono la verginità perpetua di Maria, confessano che Gesù fu elevato in cielo e attendono il suo ritorno glorioso alla fine dei tempi. Quelle verità, sebbene incomplete, offrono un terreno comune per la conversazione e la convivenza. Un’altra cosa è il frutto di quel dialogo e i suoi limiti, ma negarlo alla radice sarebbe ingiusto. Il problema non è che il Corano contenga sure bellicose, come non lo è che il Talmud raccolga passaggi offensivi verso i gentili, arrivando persino a sostenere —con meno scandalo pubblico— che Cristo sarebbe all’inferno. Il problema risiede nell’ermeneutica: in come si applicano quei testi.
La storia ci mostra un islam che in certe occasioni seppe convivere con i cristiani in Siria, Palestina, Libano, Iraq o Egitto, che persino combatté al nostro fianco nel 1936 e che ispirò movimenti laici e nazionali come il nasserismo o il baasismo. Un islam che fu paradossalmente distrutto in gran misura da guerre alimentate dall’esterno, da coloro che si strappano selettivamente le vesti per certi o altri testi sacri.
Detto questo, il caso del padre Custodio non dovrebbe essere letto come un avallo automatico a ogni frase del suo articolo, ma come la difesa di un principio essenziale: il diritto di un sacerdote —e di qualsiasi cittadino— a esprimersi su questioni religiose e culturali senza il rischio di essere perseguitato penalmente. La Chiesa ha sempre saputo rispondere all’errore con argomenti e con carità, mai con silenzi imposti. Judicializzare un giudizio teologico è un attentato al senso comune e un precedente che minaccia la missione stessa della Chiesa e la vigenza della libertà religiosa nella nostra società.
A tutto ciò si aggiunge un fatto doloroso: il padre Custodio è stato lasciato solo. Il suo stesso vescovo, Omella, non ha fatto una sola dichiarazione pubblica in difesa del suo sacerdote, limitandosi a chiamarlo per dirgli in tono scherzoso che lo visiterà in prigione. La Conferenza Episcopale e il verboso Magán hanno mantenuto il silenzio e i media cattolici hanno normalizzato il processo, come se fosse qualcosa di corrente che si chieda la prigione per un sacerdote per un giudizio teologico. È un dramma che la Chiesa in Spagna accetti con rassegnazione —o indifferenza— che si persegua penalmente un presbitero per aver espresso un’opinione su certi testi religiosi.
