Il Papa Leone XIV ha presieduto l’Udienza Generale di questo mercoledì in Piazza San Pietro davanti a migliaia di pellegrini. Nell’ambito del ciclo giubilare «Gesù Cristo, nostra speranza», ha dedicato la sua catechesi al mistero del Sabato Santo, prendendo come guida le parole della Prima Lettera di Pietro: «E nello Spirito andò ad annunciare anche agli spiriti prigionieri» (1 Pt 3,19). Il Pontefice ha meditato sulla discesa di Cristo agli inferi come segno dell’amore divino che raggiunge persino le tenebre più profonde per annunciare la salvezza e aprire un orizzonte di speranza a tutta l’umanità.
Di seguito lasciamo la catechesi completa:
Ciclo di catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo, nostra speranza. III. La Pasqua di Gesù. 8. La discesa.
«E nello Spirito andò ad annunciare anche agli spiriti prigionieri» (1 Pt 3,19)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Anche oggi ci fermiamo sul mistero del Sabato Santo. È il giorno del Mistero pasquale in cui tutto sembra immobile e silenzioso, mentre in realtà si compie un’azione invisibile di salvezza: Cristo scende nel regno degli inferi per portare l’annuncio della Risurrezione a tutti coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte.
Questo evento, che la liturgia e la tradizione ci hanno tramandato, rappresenta il gesto più profondo e radicale dell’amore di Dio per l’umanità. Infatti, non basta dire né credere che Gesù è morto per noi: è necessario riconoscere che la fedeltà del suo amore ha voluto cercarci là dove noi stessi ci eravamo persi, là dove può spingersi solo la forza di una luce capace di attraversare il dominio delle tenebre.
Gli inferi, nella concezione biblica, non sono tanto un luogo, ma una condizione esistenziale: quella condizione in cui la vita è indebolita e regnano il dolore, la solitudine, la colpa e la separazione da Dio e dagli altri. Cristo ci raggiunge anche in questo abisso, attraversando le porte di questo regno di tenebre. Entra, per così dire, nella stessa casa della morte, per svuotarla, per liberare gli abitanti, prendendoli per mano uno per uno. È l’umiltà di un Dio che non si ferma davanti al nostro peccato, che non si spaventa di fronte al rifiuto estremo dell’essere umano.
L’apostolo Pietro, nel breve passo della sua prima Lettera che abbiamo ascoltato, ci dice che Gesù, vivificato nello Spirito Santo, andò a portare l’annuncio di salvezza anche «agli spiriti imprigionati» (1 Pt 3,19). È una delle immagini più commoventi, che non si trova sviluppata nei Vangeli canonici, ma in un testo apocrifo chiamato Vangelo di Nicodemo. Secondo questa tradizione, il Figlio di Dio si addentrò nelle tenebre più fitte per raggiungere anche l’ultimo dei suoi fratelli e sorelle, per portare anche laggiù la sua luce. In questo gesto c’è tutta la forza e la tenerezza dell’annuncio pasquale: la morte non è mai l’ultima parola.
Cari, questa discesa di Cristo non riguarda solo il passato, ma tocca la vita di ciascuno di noi. Gli inferi non sono solo la condizione di chi è morto, ma anche di chi vive la morte a causa del male e del peccato. È anche l’inferno quotidiano della solitudine, della vergogna, dell’abbandono, della stanchezza di vivere. Cristo entra in tutte queste realtà oscure per testimoniarci l’amore del Padre. Non per giudicare, ma per liberare. Non per colpevolizzare, ma per salvare. Lo fa senza clamore, in punta di piedi, come chi entra in una stanza d’ospedale per offrire consolazione e aiuto.
I Padri della Chiesa, in pagine di straordinaria bellezza, hanno descritto questo momento come un incontro: tra Cristo e Adamo. Un incontro che è simbolo di tutti gli incontri possibili tra Dio e l’uomo. Il Signore scende là dove l’uomo si è nascosto per paura, e lo chiama per nome, lo prende per mano, lo rialza, lo riporta alla luce. Lo fa con piena autorità, ma anche con infinita dolcezza, come un padre con il figlio che teme di non essere più amato.
Negli iconi orientali della Risurrezione, Cristo è rappresentato mentre abbatte le porte degli inferi e, stendendo le braccia, afferra i polsi di Adamo ed Eva. Non si salva da solo, non torna in vita da solo, ma porta con sé tutta l’umanità. Questa è la vera gloria del Risorto: è potere d’amore, è solidarietà di un Dio che non vuole salvarsi senza di noi, ma solo con noi. Un Dio che non risorge se non abbracciando le nostre miserie e ci rialza di nuovo per una vita nuova.
Il Sabato Santo è, quindi, il giorno in cui il cielo visita la terra più in profondità. È il tempo in cui ogni angolo della storia umana è toccato dalla luce della Pasqua. E se Cristo ha potuto scendere fino laggiù, nulla può essere escluso dalla sua redenzione. Neppure le nostre notti, neppure i nostri peccati più antichi, neppure i nostri legami rotti. Non c’è passato così rovinato, non c’è storia così compromessa che non possa essere toccata dalla sua misericordia.
Cari fratelli e sorelle, scendere, per Dio, non è una sconfitta, ma il compimento del suo amore. Non è un fallimento, ma il cammino attraverso il quale Egli mostra che nessun luogo è troppo lontano, nessun cuore troppo chiuso, nessuna tomba troppo sigillata per il suo amore. Questo ci consola, questo ci sostiene. E se a volte ci sembra di toccare il fondo, ricordiamo: quello è il luogo da cui Dio è capace di iniziare una nuova creazione. Una creazione fatta di persone che si sono rialzate, di cuori perdonati, di lacrime asciugate. Il Sabato Santo è l’abbraccio silenzioso con cui Cristo presenta tutta la creazione al Padre per ricollocarla nel suo disegno di salvezza.
