Il Seminario di San Luis: dalla fecondità alla crisi

Il Seminario di San Luis: dalla fecondità alla crisi

Un fedele a piedi

Preambolo necessario: una parola nata dal dolore

Le pagine che seguono non sono un esercizio di critica fredda e distante. La realtà è che nascono dal dolore e dalla tristezza di vedere come un’opera che è stata feconda per la diocesi e per tante vocazioni sia stata sfigurata e praticamente distrutta. Non si tratta nemmeno di rancore, ma di responsabilità: ciò che accade nel nostro seminario deve essere conosciuto, il male sembra essere stato compiuto con premeditazione.

All’inizio del suo governo, il vescovo di San Luis, Mons. Gabriel B. Barba, si presentò come un “padre” disposto ad ascoltare, accompagnare e prendersi cura del cuore della diocesi: il suo seminario. Col passare del tempo, tuttavia, i fatti mostrarono il contrario. Chi si era proclamato pastore si rivelò come un lupo che disperde il gregge, minando la fiducia, rompendo la comunità e lasciando ferite profonde in coloro che avevano consegnato la loro vita alla chiamata di Dio.

Ripeto, dare testimonianza di questo è doloroso, ma necessario. Solo portando alla luce il cammino di decadenza e manipolazione sarà possibile un giorno recuperare la verità di ciò che è stato un semenzaio di santità e fecondità per tutta la Chiesa.

L’origine di un’opera feconda

La diocesi di San Luis non disponeva di un seminario proprio fino all’arrivo di Mons. Juan Rodolfo Laise (1971). Sotto il suo impulso fu fondato il Seminario San Miguel Arcángel, inizialmente in sede transitoria e trasferito poi a El Volcán nel 1982. Con questo gesto, Laise non solo dotò la giovane diocesi (1934, Pío XI) di una casa di formazione propria, ma seminò le basi di un vero rinascimento vocazionale: molti giovani della provincia e, per la maggior parte, di province vicine potevano formarsi sotto l’impronta spirituale e pastorale del vescovo e dei suoi collaboratori.

Grazie a questa decisione strategica, San Luis divenne una delle diocesi con la maggiore proporzione di sacerdoti rispetto alla sua popolazione, un fenomeno che suscitò interesse persino al di fuori dell’Argentina. Il seminario, con il suo regime di vita stabile, la sua disciplina chiara e la selezione accurata dei formatori, si convertì in un referente di fecondità vocazionale nel paese, uno dei pochi seminari solidi dell’Argentina.

Una svolta nella rotta

Il panorama cambiò con l’assunzione di Mons. Gabriel Barba1. Sotto il suo governo, il seminario iniziò un processo di diluizione progressiva. Gli indizi di questa trasformazione, o meglio, deformazione, si possono enumerare, sebbene non in modo esaustivo, nel seguente modo:

  • La rimozione di buoni formatori —sacerdoti, laici e religiose— sostituiti da “formatori” esterni, vicini alla linea progressista del vescovo;
  • la nomina di un rettore privo della formazione sufficiente, ma malleabile ai lineamenti ideologici;
  • l’interferenza indebita sulla coscienza dei seminaristi;
  • il suggerimento di evitare contatti con gruppi o movimenti ecclesiali di profilo cattolico (perché il progressismo non è cattolico, è un’eresia);
  • lo spostamento della formazione intellettuale e spirituale a favore di apostolati disordinati (nelle reti sociali, per esempio), che impedivano la stabilità necessaria per maturare la vocazione.

Questo insieme di misure derivò in un clima di disorientamento e usura vocazionale. Ciò che prima era un semenzaio divenne un terreno di dispersione. Il risultato è evidente: il seminario, che per decenni ebbe decine di seminaristi, oggi conta appena tre, (tutti entrati prima del governo attuale) e che sono in “teologia”. In pochi anni ci saranno solo tre ordinazioni —se ce ne saranno— e poi, almeno per un decennio, non ce ne saranno. Qualcosa è stato fatto male.

Procediamo. Con l’arrivo della nuova tappa episcopale, il seminario iniziò una svolta che minò le sue radici. Fin dall’inizio si percepì un trattamento scorretto e indifferenza verso coloro che avevano sostenuto l’opera: passò molto tempo prima che il nuovo vescovo si riunisse con i formatori, e quando lo fece, non diede loro la parola né li consultò sul seminario e sul suo futuro, ma si limitò a dire che era “bello avere un seminario” e che non pensava di introdurre cambiamenti. Tuttavia, ciò che accadde in seguito fu esattamente il contrario: per mandato del vescovo, il nuovo rettore comunicò a tutti i formatori che erano svincolati dal compito e il piano di formazione fu ristrutturato.
Si allontanarono così sacerdoti, religiosi e laici di lunga trayectoria e furono sostituiti da altri profili più malleabili, persino con accompagnamenti esterni o virtuali, privi di esperienza nella formazione sacerdotale. E quando diciamo “privi di esperienza nella formazione” non si tratta solo di mancanza di anni nel compito, in pratica non formavano: istruivano solo in questioni utili a una “pastorale delle periferie”, senza vero cultivo dell’intelligenza né dello spirito. Il seminario smise così di essere una scuola integrale di vita e dottrina, per convertirse in uno spazio di addestramento funzionale, incapace di forgiare la profondità interiore che esige il sacerdozio.

Un esempio chiaro, che dipinge a corpo intero quella mancanza di visione, è l’eliminazione della Metafisica —pietra angolare della filosofia e della teologia— come materia nel piano di studi; e al suo posto furono incluse aree di comunicazione e pastorale. Con ciò, si perse il rigore intellettuale che doveva sostenere tutta la formazione, sostituendolo con contenuti secondari che distraggono più che edificano. I nuovi sacerdoti saranno molto capaci di “comunicarsi”, forse saranno youtubers o instagramer, ma non sapranno pensare.

La disciplina —che è indispensabile per formare la volontà— fu un’altra delle cose che fu modificata e rilassata fino a quasi scomparire. Nel primo anno di gestione del nuovo rettore, la disciplina praticamente non esistette: l’ambiente fu un caos, un discontrollo, al punto che poi dovettero dare una sterzata di emergenza per evitare un disastro maggiore. A questo si aggiunse l’uso irrestritto di telefoni cellulari e la possibilità di uscire e entrare dal seminario senza chiedere autorizzazione: quasi un hotel; solo li si obbligava ad assistere alle classi. Ci fu anche in quel periodo un gruppo di seminaristi, appena entrati, che aprirono account sui social network (Instagram) per promuovere la vita del seminario. Quel sforzo per mostrare un’immagine pubblica, propria di una cultura superficiale, non ha forse sostituito in molti momenti il compito intimo ed essenziale della formazione? Quel account smise di funzionare… per mancanza di seminaristi che lo amministrassero.

Fu cambiato anche il nome storico della casa. Sebbene il nuovo titolo onori San José, sostituire “San Miguel Arcángel” fu simbolico: quando si vuole cancellare una tradizione, si inizia dal nome. A questo si aggiunse il trasferimento da El Volcán all’ex monastero benedettino di El Suyuque, un gesto che, al di là di ciò che è pratico, svincolò il seminario dalla sua memoria vocazionale, cercando di “resettare” la sua identità.
Insieme, queste decisioni mostrano non solo una pratica di governo diversa, ma una volontà di rottura con la memoria formativa che aveva sostenuto la diocesi.

Il contrasto con il Magistero

La crisi del Seminario di San Luis non può essere analizzata isolatamente: deve essere posta alla luce di ciò che la Chiesa ha insegnato sull’importanza dei seminari. Qui lasciamo le idee centrali di alcuni documenti:

  • Vaticano II, Optatam totius, ricorda che il rinnovamento della Chiesa dipende in gran misura dalla formazione sacerdotale ed esige formatori “tra i migliori”, con dottrina solida e virtù provata.
  • San Juan Pablo II, Pastores dabo vobis, sottolinea che il seminario deve configurare il futuro sacerdote con Cristo, in un equilibrio di formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale.
  • La Ratio Fundamentalis (2016), insiste sulla necessità di un itinerario integrale, di comunità reale, di accompagnamento vicino e di rispetto per la coscienza dei candidati.
  • Pío XI, Ad catholici sacerdotii (1935) avvertiva che la grandezza del sacerdozio esige la massima serietà nella sua preparazione.

Alla luce di questi documenti, ciò che è accaduto a San Luis mostra un cammino inverso:

  • si indebolisce l’équipe formatrice, invece di rafforzarla;
  • si introduce un attivismo pastorale disordinato che ostacola la formazione integrale;
  • si afecta l’unità di vita del seminarista sottoponendolo a condizionamenti ideologici o mediatici;
  • si rompe la continuità storica di un seminario fecondo, sostituendolo con un progetto diffuso e senza radici.

Testimonianze dall’interno

Diverse voci coincidono nel segnalare come il clima di controllo e manipolazione abbia colpito profondamente la vita quotidiana nel seminario. I racconti evidenziano:

  • Isolamento forzato: si proibiva di mantenere contatto con seminaristi che erano stati espulsi o che si erano ritirati, e persino con sacerdoti del presbiterio locale, sotto l’idea che nessuno accompagnasse il vescovo.
  • Violazione del foro interno: il rettore espose in pubblico giudizi scritti di antichi formatori su seminaristi, forzando a rivelare aspetti intimi della coscienza, in aperta contraddizione con la riservatezza dovuta.
  • Sistemi di controllo: strutture come la “tríada” e i “vedeles” mantenevano una vigilanza stretta sulla vita quotidiana, generando un clima di diffidenza.
  • Linguaggio e trattamento indegni: il rettore si rivolgeva ai seminaristi con espressioni volgari e, a volte, con uno stile umiliante, improprio di un processo vocazionale.
  • Manipolazione e scarto: seminaristi inizialmente favoriti erano poi emarginati o umiliati, trattati come strumenti e poi gettati via.
  • Accessi di ira: numerosi giovani riportarono esplosioni di rabbia del rettore, con urla e aggressioni verbali che segnarono negativamente la convivenza.

La realtà, lungi dal generare un ambiente sano, fu l’instaurazione di un clima di manipolazione e maltrattamento che finì per soffocare la vita vocazionale. Non è casuale che molti coincidano nell’affermare che, in qualsiasi altro luogo e lontano dalla figura che esercitò –e esercita attualmente– il rettorato, i seminaristi staranno meglio.

Altre testimonianze segnalano inoltre che quest’anno, in mezzo all’ermetismo che circonda il seminario, entrò un giovane che, dopo un breve passaggio per El Suyuque, fu rapidamente inviato in un’altra diocesi. Questo fatto derivò, a quanto pare, nella decisione extraoficiale di chiudere il seminario e disperdere i tre seminaristi più quello che entrò. La continuità e la comunità che avevano sostenuto la formazione vocazionale per decenni rimasero interrotte.

Si sa anche che i tre seminaristi in “teologia” -che erano entrati prima del cambio di rettore- rimangono “in giro”, trasferiti uno in una parrocchia della diocesi e gli altri due a Córdoba, senza che la loro situazione attuale sia chiara. La percezione generale è che questa dispersione, lungi dal rispondere a necessità pastorali o formative, rifletta un pattern di disarticolazione del seminario, indebolendo la vita comunitaria e colpendo seriamente la stabilità di coloro che aspiravano alla vocazione sacerdotale.

Conclusione: un seminario lasciato morire

Il nostro seminario non è morto di colpo, ma per inedia: si tolgono i migliori formatori, si priva di continuità, si disperdono i candidati in compiti secondari, si indebolisce la disciplina, si perde la memoria. Tutto ciò è accaduto a San Luis sotto la tutela di Mons. Barba.

Laddove Mons. Laise seppe erigere un bastione di vocazioni, oggi troviamo un seminario esangue, ridotto a un pugno di giovani che entrarono in tempi più stabili. La conseguenza non è minore: una diocesi con meno vocazioni diventa dipendente, invecchia e perde capacità evangelizzatrice. Il contrasto tra l’eredità di Laise e la gestione attuale (e usiamo gestione perché sembra che sia un’azienda) dovrebbe servire da avvertimento: quando si abbandona la fedeltà al Magistero nella formazione, le vocazioni muoiono, e con esse si impoverisce tutta la Chiesa locale.

I pontefici hanno ripetuto instancabilmente che il seminario è il cuore della diocesi e il vescovo è il primo responsabile di questo compito, poiché nel prendersi cura e nella fecondità del seminario si misura l’autenticità del suo pastoreo. Se quel cuore smette di battere con forza, tutta la vita diocesana ne risente. Un seminario fiorente è segno di fede viva; lì si riflette, come in uno specchio, la vitalità spirituale e pastorale di tutta la Chiesa locale. Un seminario agonizzante rivela la siccità spirituale della comunità.

A San Luis, tuttavia, con l’arrivo di Mons. Barba questo segno di vita si è spento: ciò che era fiorito con sforzo e sacrificio è stato lasciato morire per abbandono e deformazione. Così, ciò che doveva essere fonte di speranza per tutta la diocesi si è convertito in un deserto, rivelando con crudezza l’infedeltà di un pastore alla missione che gli è stata affidata. L’accidia episcopale —quella tristezza per i beni spirituali che non si desiderano più raggiungere— si traduce in malizia e nella distruzione di ciò che altri hanno costruito con fedeltà. Si invoca la “misericordia” e l’“apertura”, ma in pratica si impongono regimi tirannici che soffocano le vocazioni e svuotano di contenuto la vita ecclesiale.

Tuttavia, non tutto è perduto. La storia insegna che Dio sa suscitare vita nuova persino nei momenti più oscuri. Oggi è momento di pregare con più forza per le vocazioni, per il nostro seminario e per la conversione del cuore del nostro pastore. Chiediamo anche per noi, affinché tanto dolore e sofferenza, tanto maltrattamento e indifferenza non ci induriscano il cuore.
Affidandoci all’intercessione della Vergine e di San Miguel Arcángel, chiediamo che torni a battere con forza il cuore della nostra diocesi e che non manchino mai pastori santi che guidino il Popolo di Dio.

CRISTO VENCE!
QUIS UT DEUS?

 

Pubblicato originariamente in: Peregrino de lo absoluto.

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