Cari fratelli e sorelle, buona domenica.
Oggi la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, in cui ricorda il ritrovamento del legno della croce da parte di santa Elena, a Gerusalemme, nel IV secolo, e la restituzione della preziosa reliquia alla Città Santa, per opera dell’Imperatore Eraclio.
Ma che significa per noi celebrare oggi questa festa? Ci aiuta a comprenderlo il Vangelo che la liturgia ci propone (cf. Jn 3,13-17). La scena si svolge di notte, Nicodemo, uno dei capi dei Giudei, persona retta e di mente aperta (cf. Jn 7,50-51), va a trovare Gesù. Ha bisogno di luce, di guida, cerca Dio e chiede aiuto al Maestro di Nazaret, perché in Lui riconosce un profeta, un uomo che compie segni straordinari.
Il Signore lo accoglie, lo ascolta, e alla fine gli rivela che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato, «affinché tutti quelli che credono in Lui abbiano Vita eterna» (Jn 3,15), e aggiunge: «Dio ha amato tanto il mondo, che ha dato il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia Vita eterna» (v. 16). Nicodemo, che forse in quel momento non comprende pienamente il senso di queste parole, potrà sicuramente farlo quando, dopo la crocifissione, aiuterà a seppellire il corpo del Salvatore (cf. Jn 19,39). Comprenderà allora che Dio, per redimere gli uomini, si è fatto uomo e è morto in croce.
Gesù ne parla con Nicodemo, evocando un episodio dell’Antico Testamento (cf. Nm 21,4-9), quando nel deserto gli Israeliti, attaccati da serpenti velenosi, si salvarono guardando il serpente di bronzo che Mosè, obbedendo al comando di Dio, aveva fabbricato e posto su un’asta. Dio ci ha salvato mostrandosi a noi, offrendosi come nostro compagno, maestro, medico, amico, fino a farsi per noi Pane spezzato nell’Eucaristia. E per compiere quest’opera si è servito di uno degli strumenti di morte più crudeli che l’uomo abbia mai inventato: la croce.
Per questo oggi noi celebriamo la sua «esaltazione», lo facciamo per l’immenso amore con cui Dio, abbracciandola per la nostra salvezza, la trasformò da mezzo di morte in strumento di vita, insegnandoci che nulla può separarci da Lui (cf. Rm 8,35-39) e che la sua carità è più grande del nostro stesso peccato (cf. Francisco, Catequesis, 30 marzo 2016).
Chiediamo ora, per l’intercessione di Maria, la Madre presente al Calvario accanto al suo Figlio, che anche in noi si radichi e cresca il suo amore che salva, e che anche noi sappiamo donarci gli uni agli altri, come Lui si è donato interamente a tutti.
Léon XIV
