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Texto completo en italiano del artículo sobre Juan Manuel de Prada

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sabato 16 gennaio 2016 pagina 5 Nel romanzo viene raccontata la fondazione del convento di Pastrana E il difficile rapporto con la signora della città Ana de Mendoza di ANTONELLA LUMINI È stato inaugurato da poco a Firenze, in via degli Artisti, il museo Amalia Ciardi Dupré che raccoglie una collezione permanente di opere e bozzetti della scultrice fiorentina. Discendente da una illustre famiglia di origine francese, è erede dell’importante scultore dell’Ottocento Giovanni Dupré e della di lui figlia Amalia, anche lei scultrice, della quale porta il nome. Amalia Ciardi Dupré scopre il suo talento nell’adolescenza, quando, stimolata Amalia Ciardi Dupré, «L’albero» (1976) Nell’ultimo romanzo di Juan Manuel de Prada Santa Teresa in alta definizione di ENRIQUE ÁLVA R E Z Quando ho saputo che Juan Manuel de Prada stava scrivendo un romanzo su santa Teresa, ho temuto che l’autore stavolta fosse capace di offrirci solo un’ulteriore esibizione del suo personale stile narrativo, del Un ritratto di Ana de Mendoza, principessa di Eboli (XVI secolo) dal padre, professore di anatomia, comincia a fare disegni di sezioni anatomiche e poi ritratti ad amici e parenti. Dopo gli studi classici si iscrive all’Accademia di Belle arti di Firenze, impegnandosi con entusiasmo ad apprendere la tecnica, a imparare il mestiere, dimostrando immediatamente grande abilità e libertà espressiva. Terminata l’Accademia nel 1961, lavora a Milano e Roma, espone in Italia e all’estero conseguendo importanti riconoscimenti e premi. Già dalle prime opere — quali Le nozze di Cana, bassorilievo in cemento bianco, o La Crocifissione,esposta a Bologna nel 1960 alla Biennale d’Arte Sacra — afferma la sua impronta del tutto personale, estranea alle mode e alle tendenze del tempo. In un’epoca in cui prevalgono astrattismo e tecnicismo, va verso il figurativo, modellando la materia con naturalezza, seguendo l’ispirazione profonda, in un corpo a corpo dal tratto forte, deciso, ma femminile, quasi si trattasse di un vero e proprio parto dell’anima che nella forma trovasse vita. Già dalle prime opere la scultrice afferma C’è in lei l’anelito costante a dare espressione a quella fede in Dio, che è insieme amore per l’umanità, attraverso un’arte che si fa specchio di dimensioni interiori. Il suo sguardo è rivolto verso l’arte etrusca, classico-arcaica, ma insieme verso i grandi artisti senesi e fiorentini del Trecento, da Duccio di Buoninsegna a Simone Martini, a Giotto. Nel ritmo dei bassorilievi, nella prospettiva, nei panneggi, nei gruppi scultorei, affiorano evidenti tratti che rinviano a Nicola Pisano, ad Arnolfo di Cambio, ma soprattutto a Donatello. Per la sua scelta, orientata verso l’arte sacra, si inserisce nella più alta tradizione toscana, ma con una reinterpretazione in cui prevale la sintesi formale mediata indubbiamente da altri grandi artisti del Novecento, quali Marino Marini, Giacomo Manzù ed El Greco. Ogni tematica scultorea è preceduta da bozzetti e da un intenso lavoro di ricerca attraverso il disegno a carboncinoeatem la sua prosa abbagliante e rimbombante; ebbene, certamente l’ondata di libri che il quinto centenario della santa di Ávila ha scatenato — libri di ogni tipo, benché soprattutto romanzi — rendeva molto difficile sperare che qualcuno scrivesse qualcosa di nuovo, o anche solo di letterariamente f re s c o . Riconosciamolo una dannata volta per tutte: al di là delle sue imprese mistiche, la biografia di Teresa de Cepeda y Ahumada non offre tanto, intendo dire per tanto imbastire di romanzi e racconti fantastici. Ci sono moltissimi santi in Spagna, soprattutto nel XVI secolo, con vite molto più romanzesche e romanzabili di quella di Teresa d’Ávila. Ad aggravare il problema c’è la questione del suo femminismo avant la léttre, e anche del suo progressismo, quel luogo comune che sa vedere in lei solo una donna più avanti rispetto al suo tempo,come se l’unica genialità possibile di un essere umano, specialmente se di sesso femminile, consistesse nel far avanzare un po’ la società verso la modernità (verso “questa” mo dernità). L’effettiva lettura del romanzo di Prada, El castillo de diamante (Barcelona, Espasa, 2015, pagine 456, 21,90 euro) dissipa questo timore. Siamo di fronte a un’opera magistrale, che non solo è degna di essere messa accanto ai suoi due ultimi successi in campo narrativo — Me hallará la muerte e Morir bajo tu cielo — ma che ci offre anche prospettive insolite e luminose sul periplo esistenziale dell’autrice di Le Mansioni. Il romanzo s’incentra su un episodio molto concreto della vita di Teresa: quello della fondazione del convento di Pastrana e dei suoi rapporti con la signora della città, Ana de Mendoza, principessa di Eboli, che finiscono con un drammatico scontro tra le due e con la denuncia formale di cui è vittima la monaca santa dinanzi alla non tanto santa Inquisizione da parte della per nulla santa principessa vedova, della quale non diremo che fu una bella senz’anima, proprio perché una delle trovate di questo pera. Fra le opere del primo periodo, significative San Martino e il povero, San Giuseppe artigiano, La Morte di Abele. Importante il ciclo sulla Seconda guerra mondiale dal titolo Racconti di guerra. Ma il tema certamente più ricorrente che ritroviamo in ogni periodo della sua intensa produzione è quello della maternità. Le tante madri e madonne dalle forme morbide e armoniose, dal corpo avvolgente, manifestano l’influenza dell’arte etrusca legata alla fecondità della terra, a partire dalla Maternità divina in cemento di grandi dimensioni che ricorda la Mater Matuta romanzo è di farci vedere che Ana de Mendoza aveva un animo profondo, ma incurabilmente ferito dal più radicale di tutti i mali: l’invidia teologica, l’invidia diCaino, che è il rifiuto della libertà di Dio in quanto datore di grazie. Perché Dio ha concesso tante grazie a una nobile di bassalega, come se non bastasse figlia di conversi, mentre le ha negata me, Ana de Mendoza-La monaca scrittrice e fondatriceci viene presentata come una donna per nulla leziosa né bigotta. Integra, umile e coraggiosa al tempo stesso dalla forte volontà e intelligenza, di sangue purissimo, che valgo il quadruplo di lei? Innanzitutto Prada ci ha preso scegliendo questo episodio, perché forse è l’unico della vita reale di santa Teresa a offrire vere possibilitàro m a n e s q u e s , sfruttate appieno nel suo tentativo di offrirci un romanzo che, a una vasta gamma di lettori, risulti ameno e coinvolgente. Accanto a questa trovata, ci sono le note caratteristiche di qualità del marchio Prada: la prosa dell’autore, da una parte con il suo inesauribile repertorio di immagini e di similitudini dal costante impatto, e dall’altra la sua facilità nel costruire lo spazio. Elemento, quest’ultimo, fondamentale in ogni romanzo realistico e la cui difficoltà aumenta nel genere storico. Se scrivere buoni romanzi, tutto sommato, consiste nel costruire uno spazio e un tempo capaci di produrre in noi una sensazione di realtà, Prada possiede in sommo grado questo dono, a cui, per quanto se ne dica, oggi lo scrittore mediocre non può supplire con l’aiuto di google. E questo tempo e questo spazio romanzeschi si nutrono di scenari non solo reali Inaugurato a Firenze il Museo Amalia Ciardi Dupré Specchio di dimensioni interiori la sua impronta del tutto personale Estranea alle mode e alle tendenze del tempo di Chianciano. Insieme, per l’essenzialità, la sobrietà dei tratti, esprimono un forte senso di mistica introspezione. Dalla fine degli anni Sessanta inizia per Ciardi Dupré un intenso periodo di commissioni da parte di ordini reli- giosi (vallombrosani, rogazionisti, cappuccini). Realizza grandi complessi scultorei, monumenti dedicati a santi, arredi liturgici (san Francesco, Madonna di Lourdes, Padre Pio, san Giovanni Gualberto, eccetera), facendosi carico in prima persona di tutte le fasi di lavorazione, comprese cottura e fusione. Collabora con importanti architetti, quali Raffaello Fagnoni. Insieme all’arte sacra produce opere legate a narrazioni mitologiche e allegoriche affrontando temi universali, archetipi dell’anima umana di ogni tempo: la Nascita di Venere, Demetra e Persefone, Orfeo ed Euridice. Per la sua sensibilità verso i problemi sociali, lavora a cicli dedicati a eventi e fatti di cronaca: mafia, immigrazione, ingiustizia. A cominciare da La torcia, dedicata a Jan Palach, dopo i fatti di Praga, cui seguono La droga, La strage e altri ancora. Alla fine degli anni Novanta inizia il ciclo dedicato a Rita Atria, vittima dell’omertà mafiosa, successivamente quello dedicato all’atto di eroismo del panettiere senegalese Saar Gaye Sambon, musulmano che dà la vita per difendere un cristiano. Le sue opere si trovano in musei, piazze, chiese, palazzi di numerose città italiane e straniere fra cui Parigi, New York, per citarne alcune. Ma pietra miliare nella imponente produzione di Amalia Ciardi Dupré è il complesso scultoreo che ricopre le tre pareti dell’abside della chiesa di Santa Maria e San Lorenzo a Vincigliata di Fiesole. Realizzato tra il 1980 e il 1987, illustra in terracotta le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, sviluppandosi per oltre 100 metri quadrati. Opera unica per ampiezza ed esecuzione tecnica, può considerarsi il ciclo biblico tra i più rilevanti dell’arte contemporanea in Italia. Le scene, prima disegnate sulle pareti e successivamente modellate in argilla, sono state poi svuotate all’interno, tagliate, distese sul pavimento per l’asciugatura, infine trasferite nel forno per la cottura. Solo dopo, montate sulle pareti dell’abside. Nella parete centrale un crocifisso in bronzo con ampio panneggio e braccia staccate dalla croce, sembra librarsi in volo. Sempre in bronzo, l’altare con bassorilievi. Per chi entra nella chiesa l’emozione è forte. Il colore carnicino e vivo della terracotta avvolge, offrendo una esperienza di full immersion in un tempo immobile, sacro. Come osserva monsignor Timothy Verdon, «i personaggi raffigurati sono antichi, eterni: archetipi dell’esistenza umana, primitive e potenti espressioni che sconvolgono la vita di ognuno». ma anche simbolici, che sono i continui omaggi che l’autore fa alla letteratura del Secolo d’Oro, soprattutto ai romanzi di cavalleria e al genere picaresco, allo sguardo e s p e rp é n t i c o , grottesco, che questa letteratura getta in generale sul paesaggio della Spagna religiosa del XVI secolo. Omaggi, non imitazioni, perché Prada è sempre lo stesso, un narratore molto abile nel gioco meta-letterario, non un romanziere che fa lo storico. Ma il punto di forza di El castillo de diamante è la figura del suo personaggio protagonista: Teresa di Gesù. Non dico che la sua sia una visione nuova né di rottura, perché l’autore non ha scritto una biografia storico-polemi- ca, e non ha neppure dipinto un ritratto saggistico, ma ha scritto solo un romanzo, e la protagonista di questo romanzo ci appare semplicemente viva, autentica, credibile al cento per cento. La monaca scrittrice e fondatrice ci viene presentata come una donna per nulla leziosa né bigotta, ma neppure come la femminista neocattolica e ribelle che ci vuole vendere il teresianesimo attuale. Ci viene presentata come una santa integra, umile e coraggiosa al tempo stesso, e al tempo stesso spirituale e carnale, dalla forte volontà e intelligenza, protetta da Dio e da molti grandi di Spagna, ma non meno capace di lottare da sola castuzia “celestinesca” nei momenti difficili. E capace, soprattutto, capace o suscettibile di soffrire la notte oscura dell’anima quando Dio sembra assente dal suo castello di diamante, quando il furore della vita sociale non le permette di trovare la quiete interiore per la preghiera, quando la fons amoris che aveva scoperto dentro di sé sembra essersiseccata. Una santa molto credibile e reale, realissima direi. In alta definizione.

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