Los médicos impiden que el pequeño Charlie pase sus últimas horas en casa

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«Queremos ponerlo en la cuna en la que nunca ha dormido, pero ahora nos están negando eso. Sabemos qué día va a morir nuestro hijo, pero no podemos decidir cómo va a pasar», denuncian los padres del bebé que será desconectado tras una sentencia del Tribunal de Estrasburgo. 

El calvario de los padres del pequeño Charlie Gard continúa: después de que la justicia británica y europea les haya impedido seguir luchando por la vida de su hijo, también se les ha negado que el bebé pasé sus últimas horas en su hogar. 

El pequeño, que sufre una enfermedad genética rara, será desconectado del soporte vital a pesar de la oposición de sus padres porque así lo han decidido los tribunales británicos y el Tribunal Europeo de Derechos Humanos (TEDH) de Estrasburgo. Según han informado sus padres, hoy Charlie será desconectado y morirá con tan solo diez meses.

«Charlie morirá mañana sabiendo que fue amado», aseguraron este jueves en las redes sociales Connie Yates y Chris Gard, que también denunciaron que no se les ha permitido elegir si su hijo vive y tampoco cuándo o dónde muere.

‘Prometimos a nuestro pequeño que le llevaríamos a casa’

Tras conocer la demoledora sentencia del Tribunal de Estrasburgo que les arrebató su última esperanza, Connie y Chris quisieron llevar a su hijo a casa para que pasara allí sus últimas horas, pero se encontraron con la oposición de los médicos.

«Prometimos a nuestro pequeño que le llevaríamos a casa», lamenta la madre de Charlie en declaraciones a Daily MailQueremos darle un baño en casa, ponerlo en la cuna en la que nunca ha dormido, pero ahora nos están negando eso. Sabemos qué día va a morir nuestro hijo, pero no podemos decidir cómo va a pasar», añade su padre. 

Denuncian que los médicos tratan de acelerar su muerte

La pareja también ha acusado al hospital de tratar de acelerar la muerte de Charlie a pesar de haberles prometido que tendrían tiempo necesario para decir adiós a su único hijo. 

Chris y Connie han luchado durante meses por la vida de su bebé e intentaron que recibiera un tratamiento experimental en Estados Unidos. Sin embargo, tanto la justicia británica cono el Tribunal de Estrasburgo se lo impidieron y decretaron la muerte del pequeño.

Ante los jueces británicos, el abogado de la familia cuestionó si el estado debe entrometerse en las decisiones de los padres y ordenar la muerte de su hijo y explicó que Chris y Connie trataban de hacer todo lo posible por el bien de su hijo. Los padres denuncian que se ha producido una injerencia injusta y desproporcionada en sus derechos parentales.

“Somos sus padres, lo conocemos mejor que nadie, cuando siente nuestra presencia, trata de abrir los ojos tanto como le es posible. Si pensáramos que no hay ninguna esperanza no lucharíamos por esto”, señalaban los padres de Charlie en declaraciones recogidas por Daily Mail. 

“Pero si hay una posibilidad de que un tratamiento funcione, y los médicos en Estados Unidos nos han dicho que creen que la hay, ¿qué padres no lo intentarían?”, añadían.

Esta dolorosa batalla termina hoy, con unos padres destrozados que verán morir a su pequeño porque un tribunal decidió que no podían seguir intentando luchar por su vida.

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Comentarios
14 comentarios en “Los médicos impiden que el pequeño Charlie pase sus últimas horas en casa
  1. Las autoridades británicas y europeas están dejando a Hitler, Goebbels y el Dr. Brandt al nivel de unos aficionados. Al crimen legalizado se añade en este caso encarnizamiento, humillación y pisoteamiento de la patria potestad.

    ¿Para cuándo unos Juicios de Núremberg II?

  2. Lo terrible es que Charlie morirá con la bendición eutanásica de su santidad : Charlie morirà oggi come un condannato a morte Con il pavido assenso di vescovi e alti prelati
    di Tommaso Scandroglio
    Saranno staccati oggi i macchinari che tengono in vita il piccolo Charlie Gard, il neonato di dieci mesi ricoverato al Great Ormond Street Hospital di Londra per una rara malattia mitocondriale. Lo hanno annunciato i suoi genitori, Chris Gard e Connie Yates, che hanno perso la battaglia legale arrivata fino alla Corte europea dei diritti umani per portare a proprie spese il bimbo negli Usa e sottoporlo a una cura sperimentale.

    L’esecuzione capitale decretata dai giudici di Stato sta per essere applicata sul condannato Charlie Gard, di mesi 10, e la Chiesa nonostante ciò rimane silente. Non tutta a dire la verità. L’arcivescovo Peter Smith, della diocesi di Southwark, ha parlato, ma era meglio che rimanesse in silenzio.

    In qualità di Presidente del Dipartimento per la responsabilità cristiana e per la cittadinanza della Conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles, mons. Smith si è espresso sul caso Charlie in comunicato stampa del 5 maggio scorso. Il comunicato dell’arcivescovo è stato fatto proprio dalla Chiesa cattolica inglese che lo ha parzialmente pubblicato sul proprio sito mercoledì scorso, eleggendo Smith a suo portavoce, all’indomani della decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha posto una pietra tombale sul destino di Charlie. Il prelato ha affermato che “i responsabili della sua assistenza medica nel Regno Unito ritengono di aver fatto tutto il possibile per aiutarlo”. Davvero tutto? Al prelato forse sfugge che ci sarebbe ancora una cosa che potrebbero fare e che magari gli salverebbe la vita: lasciarlo andare negli Stati Uniti per sottoporsi ad un cura sperimentale. Le parole del vescovo quindi suonano come un’assoluzione collettiva per i medici del Great Ormond Street Hospital.

    Mons. Smith prosegue: “È comunque comprensibile che i genitori desiderino perseguire ogni chance al fine di prolungare la sua vita, anche quando ciò non garantisse un successo e richiederebbe il trasferimento negli Stati Uniti. In questo entrambe le parti, secondo la propria prospettiva, cercano di agire con integrità e per il bene di Charlie”. Dunque l’arcivescovo ci sta dicendo che i genitori si stanno accanendo nel prolungare con ostinazione la vita di Charlie anche se non c’è più speranza – la qual cosa è falsa – e che in merito a questa vicenda non c’è una verità morale, scelte lecite e scelte da rifiutare, ma che ognuno ha ragione da vendere anche se le decisioni sono antitetiche tra loro. Bene fanno i genitori nel tentativo di salvare il piccolo – potremmo chiedere diversamente ad una madre e ad un padre? pare chiedersi il prelato – bene fanno i medici a non voler più curare Charlie. Le convergenze parallele di morettiana memoria son tornate.

    L’equilibrismo di mons. Smith continua. Da una parte secondo lui le attuali cure prestate a Charlie configurano accanimento terapeutico (abbiamo spiegato giusto ieri che così non è): “Quando il trattamento medico diventa sproporzionato in riferimento ad un possibile beneficio, è comunque necessario mantenere una corretta assistenza palliativa per un malato”. Affermazione diretta ai genitori perché non si incaponiscano ulteriormente. “Non dovremmo mai agire con l’intenzione deliberata di porre fine ad una vita umana – continua il vescovo – compresa l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione in modo da provocare il decesso”. Affermazione questa invece fatta all’indirizzo dei medici. La sintesi dei due pastorali consigli è la seguente: “Noi, a volte, dobbiamo riconoscere i limiti di ciò che può essere fatto, mentre occorre agire sempre con umanità al servizio del malato fino al momento della morte naturale”.

    Scende in campo anche mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il quale fa sue le parole del comunicato di Mons. Smith e dunque della Conferenza episcopale inglese. Pure lui insiste sul fatto che devono essere “riconosciuti anche i limiti di ciò che si può fare, certo dentro un servizio all’ammalato che deve continuare fino alla morte naturale […]. Dobbiamo compiere ogni gesto che concorra alla sua salute e insieme riconoscere i limiti della medicina” e dunque va “evitato ogni accanimento terapeutico sproporzionato o troppo gravoso”.

    La parole di Paglia confermano la versione ecclesiale ufficiale: su Charlie si stanno accanendo i medici per tenerlo in vita. Nessun accenno al fatto che invece si tratti di eutanasia. Poi pare accendersi un barlume di speranza quando il presidente della Pav afferma: “Va rispettata e ascoltata anzitutto la volontà dei genitori”, barlume che si spegne subito dopo: “E, al contempo, è necessario aiutare anche loro a riconoscere la peculiarità gravosa della loro condizione, tale per cui non possono essere lasciati soli nel prendere decisioni così dolorose”. Tradotto: capiamo che voi genitori volete salvare a tutti i costi vostro figlio, ma cercate di persuadervi che è ormai tutto inutile. Infine Paglia pare dare una stoccata a chi in queste settimane ha gridato all’omicidio di Stato sui media quando accenna a “clamori mediatici talvolta tristemente superficiali”.

    Un giudizio benevolo potrebbe qualificare le affermazioni dei due monsignori come pavido tentativo di non sbilanciarsi troppo: stiamo dalla parte dei genitori e dei medici dato che entrambi stanno dalla parte di Charlie. Ma un giudizio più realistico vede le cose in modo diverso. E’ impossibile che mons. Paglia, mons. Smith e dunque la Chiesa cattolica inglese, che ha sposato le parole dell’arcivescovo, non abbiano capito che non si tratta di sospendere terapie sproporzionate, bensì di eutanasia. Più verosimilmente costoro hanno ben compreso che si tratta di mettere a morte un innocente.

    E perché allora non protestano, non si stracciano le vesti, non fanno partire una raccolta firme, non lanciano appelli, non indicono un periodo di penitenza e preghiere, non guidano fiaccolate – così come sta facendo il popolo di Dio in tutte le parti del mondo – ed invece sfornano comunicati stampa dalle tinte pastello? Perché, ammettiamolo, ormai nella Chiesa non ci sono solo gli impavidi, che perlomeno hanno le idee sane ma non hanno il coraggio di sostenerle, ormai pullulano coloro che si sono fatti sequestrare dal nemico non opponendo resistenza. Don Abbondio è diventato Don Rodrigo. Tanti ormai sono i sacerdoti, vescovi, cardinali e laici con alte responsabilità nel mondo ecclesiale che pensano giusto che Renzo e Lucia non debbano sposarsi (ma magari due Renzi sì) e fanno di tutto perché ciò non avvenga.

    Chiamare alla Pontificia Accademia per la Vita abortisti e ricercatori favorevoli alla fecondazione artificiale e alla sperimentazioni sugli embrioni non è una svista, non è segno che si hanno le idee confuse, ma è indizio grave che si guarda con indulgenza a tali pratiche. Invitare in simposi organizzati all’interno delle mura leonine personaggi sostenitori della desertificazione del genere umano e chiedere che siano i ghost writer di documenti licenziati ad altissimo livello non indica più un mero sbandamento dottrinale che però procede nella giusta direzione, bensì un consapevole cambio di rotta. Sulla verità morale e di fede non c’è pluralismo che tenga perché l’unica voce da ascoltare è quella di Cristo. Se si pensa il contrario allora bisognerebbe suggerire alla Direzione Investigativa Antimafia di arruolare nel proprio staff Totò Riina.

    Attualmente nella Chiesa ci sono tre tipologie di personaggi. Vi sono coloro che dicono senza peli sulla lingua che il re è nudo. Questi ultimi o finiscono al confino su qualche isoletta nel Pacifico o viene loro attaccato un bersaglio grande come una casa oppure vengono immersi fino al collo nella palude di una sdegnata indifferenza. Altri poi formalmente non prendono posizione, come se rimanessero afoni su vicende come quella del piccolo Charlie, ma è un silenzio eloquente, perché rappresenta un modo furbo per appoggiare le idee dei pro-choice. E’ un silenzio assenso al male. Chi tace in questi casi è complice. Infine vi sono altri che – per tornare al caso inglese – non tacciono e scambiano volutamente l’eutanasia per accanimento terapeutico. Conclusione. Il vero dramma di oggi della Chiesa non è la pedofilia, la sete di arrivismo dei preti, la mancanza di attenzione verso gli ultimi: tutte cose vere, esistenti e da combattere. Il vero dramma è l’eresia.

  3. Es una historia terrible, pero carecemos de información para juzgar. Por un lado están unos padres que se aferran a la esperanza, que es lo último que se pierde, por otro unos médicos que ven imposible que el niño sobreviva y si así fuera, lo haría por poco tiempo y con gravísimas secuelas (esto último es de mi cosecha, que de Medicina entiendo un poquito) luego hay unos galenos del país campeón en investigación médica, que no puedo juzgar sus intenciones, pero que se ofrecen a experimentar con el nano y se supone que a ocasionarle más sufrimientos aun con la sana intención de mejorarle los síntomas (no creo que pudieran curarle) y por último, las autoridades europeas, que ya sabemos que sí, que son de la piel de Satanás, aunque pudiera ser que en este caso llevaran razón.
    Que Jesús tome a esta pobre criatura en sus brazos y lo lleve al lugar donde encontrará amor y felicidad y dé a sus padres y familiares el consuelo que merecen.

  4. Apreciado Echenique: Gracias por responderme, pero el Estado se hace cargo de los menores en situación de desamparo y este pequeño lo está, llevando una vida como un vegetal y expuesto a que realicen experimentos en su ya sufrido cuerpo sin esperanza de curación. A los hijos de los testigos de Jehová, también se les pueden realizar transfusiones mediante orden judicial, se pongan los padres como se pongan, así ha sido desde antes de que la masonería llegara al poder.
    Por supuesto que estos padres desean lo mejor para su hijo, pero tal vez estén equivocados o tal vez el tribunal se haya precipitado, que también puede ser. Ya digo, me baso en lo que dicen las crónicas. Una cosa es la eutanasia y otra muy distinta, el evitar el ensañamiento terapéutico, porque se puede llegar al punto de cuando vayamos a morir, congelarnos para evitar el exitus, que ya sería el colmo.
    Un saludo.

  5. Pequeño Charlie, los poderes de este mundo no te han dejado seguir adelante con tu vida, mermada desde luego, pero vida humana, al fin y al cabo. Tus padres han hecho todo lo posible por ayudarte y ahora pasan las peores horas de su vida matrimonial. Espero que todo esto les una más profundamente con Cristo y hallen consuelo sabiendo que Él te acoge con los brazos abiertos. Allí les esperarás, hasta que llegue su hora.
    Que Dios te de fuerzas, pequeño, y te bendiga grandemente.

  6. Si nos atenemos a las leyes naturales, morales y de Dios, estos padres tenían el deber de intentar salvar la vida de su hijo con sus medios, sin perjudicar a terceros o al estado. Por lo que este no es quién para impedirle ese derecho de paternidad. Mucho menos impedirles que el bebé pudiera morir junto a ellos en su casa. Es comunismo o estatismo puro y duro. Un ataque a la libertad y a la vida.

  7. Luisa pues para no tener información para juzgar vaya si lo haces. Eso es una confesión de imbelicidad con balcones a la calle. Ten cuidado porque a las chicas como tu las embarazan por teléfono.
    Solo desde una estupidez muy arraigada y muy cultivada se puede decir que no se puede decir que los padres tienen derecho a salvar la vida de su hijo, COMO SEA, dentro de sus posibilidades, aunque sea con un tratamiento experimental.
    Tu no es que seas una víctima de la LOGSE, es que eres un escombro. Igual no es culpa tuya y la naturaleza te hizo la gracia de darle la mayoría de tus neuronas a otro, quien sabe. Eso si tu majadería es cosmica.
    Amimate, el eclesiastes habla de ti, y dice que formas parte de una tribua infinita. Ya se sabe, mal de muchos… consuelo de luisas, pero consuelo al fin y al cabo.

  8. Luisa
    Proporcionar alimento y respiracion a un paciente, sea cual fuere su situación, nunca puede considerarse encarnizamiento terapeutico, pues no es terapia de nada, ni supone tratamiento de enfermedad o patologia alguna.
    En este caso, dejando de lado negacion del tratamiento experimental, lo que se va a proceder es a desconectar al pequeño de su respirador y su sonda nasogastrica. Si usted tiene conocimientos medicos, sabe que eso se llama eutanasia pasiva. Y tambien sabrá, que la aplicacion de cuidados paliativos no esta en contradicción con el mantener al paciente bajo un minimo soporte vital, sino que es complementario y lo éticamente correcto.
    Habla usted de los casos de los testigos de jehova, pero es justo el caso contrario a este, los jueces autorizan la transfusion contradiciendo la voluntad de los padres para salvar la vida, en este caso es justo al reves, los jueces anulan la voluntad de los padres de intentar salvar la vida de su hijo, no solo negandoles el tratamiento experimental, sino ordenando la desconexion inmediata de su soporte vital.

  9. Luisa
    No se si se dan cuenta de las implicaciones que tiene esta resolucion. Ahora ya no es el paciente el que decide si acepta o no un determinado tratameinto, sino que es el “comite medico” de turno el que se erige en juez de tal decision, eso si, solo cuando se trata de acabar con la vida del paciente no hay ningun problema, pero para tratar de conservarla si. Libertad para morir o matar toda, para intentar vivir solo la que sea considerada como “digna”. En base a eso, a partir de ahora, los medicos podran negar determinados tratamientos que a su juicio “tengan pocas expectativas de exito”, o que ocasionen “un sufrImiento no digno” para el paciente, independientemente de la voluntad del paciente o familiares.

  10. Luisa
    No se si se dan cuenta de las implicaciones que tiene esta resolucion. Ahora ya no es el paciente el que decide si acepta o no un determinado tratameinto, sino que es el “comite medico” de turno el que se erige en juez de tal decision, eso si, solo cuando se trata de acabar con la vida del paciente no hay ningun problema, pero para tratar de conservarla si. Libertad para morir o matar toda, para intentar vivir solo la que sea considerada como “digna”. En base a eso, a partir de ahora, los medicos podran negar determinados tratamientos que a su juicio “tengan pocas expectativas de exito”, o que ocasionen “un sufrImiento no digno” para el paciente, independientemente de la voluntad del paciente o familiares.

  11. CHARLIE GARD E IL PAPA. TROPPO POCO, E, SPERIAMO NON TROPPO TARDI. STORIA DI UN IMBARAZZO.

    MARCO TOSATTI

    Troppo poco, e speriamo ardentemente, non troppo tardi. Ci riferiamo alla linea impacciata che il Papa e il Vaticano ha seguito nella vicenda Charlie Gard. Una linea che è stata costituita essenzialmente da tre punti. La dichiarazione del presidente dell’Accademia per la Vita, l’arcivescovo Paglia (che, en passant diciamo può rivelarsi una delle scelte meno felici di questo regno, che di scelte discutibili abbonda); un tweet di @Pontifex, in cui non si parlava di Charlie Gard; e infine della dichiarazione di Greg Burke.

    Per la dichiarazione di mons. Paglia vi rimandiamo all’articolo che abbiamo scritto qualche giorno fa.

    Questo è il tweet: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. E’ della sera del 30 giugno.

    E infine questa è la dichiarazione di Greg Burke, di ieri: “Il Santo Padre – dichiara il portavoce vaticano, – segue con affetto e commozione la vicenda del piccolo ed esprime la propria vicinanza ai suoi genitori. Per essi “prega, auspicando che non si trascuri il loro desiderio di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo”.

    In realtà quest’ultima dichiarazione suona come una sconfessione di quanto dichiarato dai vescovi inglesi e da mons. Paglia; in particolare per quanto riguarda il desiderio e il naturale diritto dei genitori di percorrere ogni via possibile che dia speranza di salvezza per il piccolo.

    Qualche riflessione.

    Sono giorni e giorni che il mondo cattolico è mobilitato contro l’eutanasia di Charlie. Sin dalla prima sera, con un rosario in piazza San Pietro, sotto quella che era la finestra del Papa. Ma il Pontefice è nel suo bunker di Santa Marta, circondato da suoi fedeli e meno fedeli, e non può averlo visto. Però a Santa Marta, come all’Ambasciata inglese, come all’ospedale sono arrivate molte telefonate.

    La lentezza della reazione può far pensare a due cose. La prima: l’informazione che giunge al Pontefice è fortemente condizionata da quello che scrivono i mass media mainstream che di Charlie si sono occupati poco o niente, più importanti i concerti. E il Pontefice sappiamo – l’ha detto egli stesso – che cosa legge.

    Questo vuoto comunicativo è stato rafforzato dall’atteggiamento dei suoi vari spin doctor e giannizzeri comunicativi. Basta leggere certi accenni di vescovi e preti sul timore che il caso di Charlie sia “strumentalizzato politicamente” per capire che il bambino a cui i genitori vogliono dare un’ultima chance per quanto labile, e la burocrazia tanatologica britannica e internazionale no, sia considerato un caso “di destra”. Non è Trump, l’aborrito Trump, che è pro-life? Vade retro! Questa etichettatura – ma quanto è ideologico, questo regno! – ha contribuito a non far capire che la battaglia non è solo per Charlie, ma per il diritto di non venire terminati per ordini superiori un giorno anche contro il parere magari nostro, magari di chi ci vuole bene, se c’è.

    Così quello che in teoria dovrebbe essere un tema, e una battaglia, eminentemente cattolica: due genitori che lottano per la speranza, solo ben tardi è giunta all’attenzione del Pontefice, e anche lì, permettetemi di dirlo, non è che si sia rovinato. Solo dopo che la rete era piena di messaggi di cattolici sbalorditi dal suo silenzio all’Angelus Greg Burke ha emanato il comunicato, che tradisce tutto lo sforzo e l’imbarazzo della situazione. Greg Burke: il Papa degli imprevisti, delle visite a sorpresa, delle telefonate a questo e a quello non si è speso personalmente. Almeno per quello che ci è stato dato di sapere. Non ci sembra che abbiamo assistito a un episodio esaltante. Né per la Chiesa, né per la sua comunicazione.

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